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Facciamo l’indispensabile

Diciamo la verità: i progetti “simpatici”, facili da realizzare e che danno poco aiuto alle persone ma tanta visibilità sono quelli più facili da finanziare. E’ cercare aiuto per fare l’indispensabile e farlo subito, il vero problema.

Quando si cerca aiuto per realizzare progetti di utilità sociale, è più facile ottenere consenso parlando di sport, musica, bellezza, amore…   piuttosto che intervenire immediatamente sull’Università, sulla Scuola e sulla Sanità per dare a chi ha disturbi evolutivi trattamenti intensivi efficienti. Eppure nasce 1 bambino autistico ogni 77 e ci sono delle possibilità che abbia un futuro autonomo, senza essere a carico dello Stato, se si interviene bene e presto. E’ urgente, necessario, richiede visione e investimenti sulla ricerca applicata.

Noi che di mestiere vogliamo continuare a FARE L’INDISPENSABILE (senza spendere un euro per il marketing di “contenitori senza azioni”), siamo in difficoltà.

Donare a Errepiù APS significa sostenere questi comportamenti degli Associati:

    • Condurre Ricerca Applicata per il miglioramento dell’efficienza dell’ABA come intervento evolutivo
    • Viaggiare per aggiornarsi e confrontarsi con i ricercatori all’estero
    • Tradurre in italiano materiali recenti disponibili solo in lingua inglese e divulgarli gratuitamente
    • Aiutare economicamente le famiglie che hanno difficoltà ad accedere ai trattamenti intensivi precoci o a interventi mirati per la preparazione all’autonomia di giovani con disabilità
    • Premiare le Scuole e gli Insegnanti migliori, aiutarli a descrivere ciò che fanno, ispirando gli altri a seguirne l’esempio
    • Organizzare corsi e eventi in grado di portare i migliori luminari e esperti sul nostro territorio

    Possiamo finalmente ricevere donazioni al nostro IBAN

    IT26O0538766511000003144117

    Intestato a : Associazione Errepiù.

  • Per ogni donazione rilasceremo una ricevuta con il nostro codice di Iscrizione all’Albo Regionale degli Enti del Terzo Settore, che permetterà al donatore di utilizzare gli sgravi fiscali per erogazioni liberali (detrazione e deducibilità) previsti dalla normativa vigente.

Ecco cosa sono per noi:

5 euro: un album da disegno e un mese di gessi da lavagna

10 euro: un mese di carta igienica e rotoli asciugatutto

20 euro: un’ora di trattamento educativo a un bambino/a

25 euro: acqua in bottiglia per un mese

35 euro: stampa di un poster da presentare a un convegno

50 euro: una seggiolina di legno

60 euro: un’ora di trattamento logopedico o motorio specializzato per un bambino/a

70 euro: accompagnamento di un ragazzo autistico a una serata con amici

80 euro: un pieno di DIESEL per andare a aiutare un insegnante o una famiglia in una scuola lontana

90 euro: un triciclo o una bici usata, un mese di abbonamento del treno per un ricercatore

100 euro: tre libri sui principi di ABA e un Tx3 regalati a un insegnante di sostegno

150 euro: corso di formazione per un insegnante o parent training per un genitore

200 euro: due notti nell’hotel di un convegno in Europa

250 euro: osservazione, valutazione e relazione clinica scritta per un minore con Autismo

300 euro: traduzione di un articolo (breve) in italiano

400 euro: iscrizione a un convegno all’estero

500 euro: un computer

600 euro: traduzione di un articolo italiano per una rivista scientifica straniera

800 euro: un volo A/R in USA

1000 euro: un anno di cancelleria in un centro di ricerca

1500 euro: un mese di trattamento intensivo precoce e supervisione per un bambino/a

3000 euro: un anno di pulizie di un centro di ricerca

5000 euro: la trasferta di un ricercatore dall’estero

10000 euro: un anno di affitto di un piccolo spazio di doposcuola specialistico

I nostri soldi sono spesi così. Errepiù persegue i fini associativi attraverso l’autofinanziamento e l’opera volontaria di professionisti e sostenitori.

Se anche tu sei dalla parte di chi porta nel mondo concretezza e azioni utili, se vuoi aiutare i nostri ricercatori a fare ricerca applicata (che vuol dire applicata direttamente per aiutare i bambini e le famiglie, NON IN LABORATORIO!) e se ti piace resistere all’analfabetismo funzionale aumentando la comunicazione positiva,

DONA quanto ti è possibile al nostro IBAN

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Intestato a : Associazione Errepiù.

Scrivici su infoerrepiù@gmail.com come vuoi che sia destinata la tua donazione, come intestare la tua ricevuta e se vuoi condividere la storia della tua donazione o preferisci rimanere anonimo. Amiamo le storie, facciamo l’indispensabile adesso.

I nostri centri, che condividono il lavoro nel Fab Lab e la Direzione Scientifica, sono

Scuola delle Stelle (Rubiera) RE

VitaLab (Reggio Emilia)

Akela (Parma)

Kirikù (Salsomaggiore Terme, PR)

Coccovillage (Cocconato, AT)

AllenaMenti (Molfetta, BA)

e… tanti altri affiliati nel 2020!

 

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CABAS(R) COME SISTEMA CIBERNETICO DI PERSONE

UN’IMPRESA CHE PRODUCE RICERCA E EDUCAZIONE (scuola-laboratorio) DEVE ESSERE FATTA DA PERSONE UNITE DA METODO E OBIETTIVI. E TANTA, TANTA UMANITA’!

Il nostro mondo è interamente costituito da sistemi, vivi o non-vivi, intrecciati ed in interazione; possono essere definiti sistemi la società, l’economia, un computer, un’azienda, una cellula, un organismo, un individuo, la scuola.

La scienza del controllo dei sistemi si chiama cibernetica, e venne fondata nel 1948 dal matematico americano Norbert Wiener. Nell’era digitale di oggi, molti ignorano il reale significato del termine e del suo derivato aggettivo “cibernetico”, associandolo spesso con la moda cyber, con i videogame o con i cyborg, mentre parallelamente la nostra cultura, assegna una valenza sempre più negativa al termine “controllo” – ricordiamo che: l’obiettivo della scienza è di capire, predire, e controllare il comportamento (Berliner, 1990).
Un sistema cibernetico è un insieme di elementi in interazione, in cui gli scambi tra le parti costituiscono comunicazione, alla quale gli elementi reagiscono cambiando di stato o modificando le proprie azioni. Il modello CABAS® è un sistema cibernetico educativo, basato su un modello accurato e operante, sviluppatosi entro i limiti e le opportunità generati dal funzionamento quotidiano della scuola (Greer, 1991) e al centro del quale sta lo studente (Singer-Dudek, Speckmann, Nuzzolo, 2010), il cui apprendimento influenza il comportamento dell’intera comunità educativa (Twyman, 1998). CABAS® applica l’analisi del comportamento a tutte le componenti del sistema scolastico (pedagogia, programmazione, didattica, supervisione, amministrazione) e a tutti i suoi membri (studenti, genitori, insegnanti, amministratori, dirigenti, psicologi, supervisori, professori universitari), in modo che la ricerca e i dati siano dettati dalla pratica quotidiana (Greer, Kehoane, Healy, 2002). L’analisi sistematica infatti viene qui utilizzata per determinare o evocare relazioni cibernetiche tra tutte le parti del sistema, in modo che i risultati (gli effetti) sull’apprendimento degli studenti siano le variabili di controllo per le relazioni tra i diversi ruoli (Greer, 2002). La misurazione continua e globale è una delle caratteristiche del modello e l’analisi dei dati del singolo individuo, come del sistema intero, è costante e fornisce la base per tutte le decisioni strategiche e tattiche effettuate per gli studenti, gli insegnanti, i supervisori, i genitori e per tutte le altre componenti del sistema.
Mentre molti approcci comportamentali analizzano e monitorano i progressi dei bambini, ma si dimenticano di misurare l’efficacia dell’educatore/insegnante nel presentare l’insegnamento o nel modellare la risposta target, CABAS® pone l’enfasi su entrambe i lati dell’equazione dell’apprendimento, e su tutti gli attori a tutti i livelli di partecipazione, permettendo il mantenimento di un sistema educativo che sia costantemente in evoluzione e auto-correttivo (Greer, Keohane, Healy, 2002).
L’obiettivo delle scuole CABAS® è di fornire luoghi di ricerca (anche grazie alla formazione universitaria per studenti, dottorandi e studenti post-dottorato), dimostrazione e formazione per lo sviluppo di procedure e sistemi utilizzabili da altri analisti del comportamento e scuole. CABAS® non è stato progettato per essere un metodo competitivo; piuttosto è stato pensato come strumento per lo sviluppo di procedure scientificamente testate che tutti possono utilizzare (Greer & Ross, 2007).
La sopravvivenza delle buone prassi dipende infatti dall’integrità delle applicazioni e l’integrità dell’applicazione determinerà la nostra capacità di aiutare i bambini (Greer, Keohane, Healy, 2002).
Il modello CABAS® è un sistema cibernetico educativo vivo, e per questo in continua evoluzione: i professionisti CABAS® imparano quotidianamente a mettersi in discussione, sanno vivere il “controllo” della supervisione come momento di crescita individuale e collettiva, prefessionale in primo luogo, ma anche umana. Qualsiasi professionista è PRIMA DI TUTTO un essere umano, come qualsiasi STUDENTE è prima di tutto un bambino. Considerare un professionista PRIMA DI TUTTO UN ESSERE UMANO, non toglie nulla al suo valore professionale in termini di competenze, accuratezza ed efficacia, ma apre un’importante finestra di riflessione  sull’integrità dell’applicazione del modello. Ad esempio, se le classi CABAS® sono caratterizzate per definizione da ambienti positivi, ovvero ambienti in cui vengono evitate procedure coercitive e controproducenti (Greer, Keohane, & Healy, 2002) e le disapprovazioni sociali (Greer, 2002), tale definizione va applicata non solo alla relazione tra insegnante e studente, ma a tutte le relazioni tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema. Un altro esempio può essere rappresentato dalla capacità del modello di fornire una previsione ed una valutazione dell‘esatto rapporto tra costi e benefici in termini di Learn unit e obiettivi a breve termine raggiunti; attraverso la visualizzazione grafica dei dati è possibile determinare i costi per unità di insegnamento/apprendimento e i costi per ogni risposta corretta, fornendo così una misura ipotetica del rapporto costi/benefici dell’educazione (Greer, Kehoane, Healy, 2002). Essendo un vero sistema, nel CABAS® sono le singole professionalità individuali a costituire, grazie alla loro interdipendenza, la collettività: una comunità, con un linguaggio condiviso, obiettivi condivisi e basi scientifiche condivise. Una comunità fatta di persone, con la loro umanità, con il coraggio e la consapevolezza di poter crescere e di poter far crescere con risultati che siano per tutti, misurabili, evidenti, sempre disponibili a tutti e replicabili.

 

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Sulla bocca di tutti, nelle mani di pochi

La collaborazione tra consulenti, tra educatori e con gli insegnanti. Tutti ne parlano, ma a dire il vero, è già tanto se si comunica. COLLABORARE è un obiettivo ambizioso, che richiede altissima competenza.

Questa mattina ho avuto l’ennesima conferma di quanto sia estremamente complicato collaborare, in particolare tra professionisti e ancora di più se entrambi appartengono al privato sociale.

Così ho iniziato a riflettere, o meglio riflettere ancora una volta, su questa parola “collaborazione”, “collaborare”.La prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare il significato della parola sul vocabolario. Collaborare significa “lavorare con”, “fare insieme ad altri”, significa “co-operare attivamente” al perseguimento di un fine comune.

Ecco! Ho capito non sarà che l’inghippo sta proprio in questo fine comune?

“Collaborare- cooperare”, quante volte noi professionisti dell’educazione usiamo questa parola quando parliamo ai colleghi, alle scuole, con i genitori?

Quante volte la usiamo e quante invece sappiano davvero renderla concreta “facendo insieme” a qualcun altro per un fine condiviso? Sono un’educatrice professionale mi occupo da sempre di chi ha bisogno di aiuto e non so mai dire con quale percentuale questo lavoro mi ha scelto o io ho scelto lui.

So per certo peró che molti principi e valori della mia vita entrano a far parte di questo lavoro, lo rendono tale e lo arricchiscono:

  • rispetto per sé e per gli altri,
  • conoscere e riconoscere i propri limiti e le proprie ed altrui competenze,
  • riconoscere i propri bisogni e ascoltare quelli altrui,
  • sapere di non essere gli “unici”, ma soprattutto
  • sapere perché si sceglie di fare certe cose piuttosto che altre…

Insomma dobbiamo aver chiaro qual è lo scopo delle nostre azioni.

Credo che questi principi oltre a muovere il lavoro in educazione stiano alla base della collaborazione di cui questo lavoro è (dovrebbe essere) intriso.

Il mio lavoro con bambini e ragazzi con disturbi dello sviluppo è necessariamente un lavoro di collaborazione (evito di elencarvi i mille motivi che molti conosceranno a mena dito) con i genitori come singoli e come coppia, con i fratelli, i compagni di scuola, con le maestre, con i servizi pubblici e gli altri professionisti privati….Il mio compito è “camminare “con loro, co-costruire con loro percorsi di crescita allo scopo comune di favorire, sollecitare ed indurre l’apprendimento di competenze e abilità che possono rendere quel bambino e ragazzo sempre più autonomo e protagonista attivo della propria vita.

Se vogliamo davvero fare il bene del bambino, ci si “sporca le mani” tutti insieme (non ci si limita a stringerle per poi fare ognuno da solo) e ciascuno è disposto a conoscere, rispettare e valorizzare gli altri prima come persone e poi come professionisti, lasciando a ciascuno il proprio spazio.

Il fine del professionista dell’educazione non è primeggiare….iniziamo ad abbandonare i bisogni personalistici, ad accantonare i nostri eghi smisurati e il desidero di dimostrare di essere i più bravi…qui il fine è un altro. Vorrei che, come categoria, provassimo ad ascoltare e osservare davvero chi e cosa ci sta intorno: in particolare quelli di noi che hanno “studiato ABA”, magari ottenendo qualche forma di certificazione o “medaglia di riconoscimento”,  hanno bisogno di ricordare di non essere gli unici a lavorare (per fortuna)!  Ci sono tante valide realtà educative oltre alla nostra e tanti altri bravi professionisti, non perdiamo di vista l’obiettivo del nostro lavoro, non perdiamo l’occasione di crescere anche noi ed imparare all’interno dei percorsi di collaborazione che il nostro lavoro richiede.

È una riflessione e un monito prima di tutto a me stessa, che voglio condividere con gli Errepiù.

Emi Visani

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Il “Metodo ABA” non funziona!

 

Perché ABA è una Scienza (ovvero come difendersi dai METODI)

Piccola storia breve da studente di ABA(B):

A: “sì, anche io utilizzo il METODO ABA”


B: “(sgrunt)”.

Fine.

Nel sofferto “Sgrunt” di B ci sono ipotetiche varie alternative di risposta tra cui:

  1. “ABA NON è un METODO!”
  2. “ABA NON è un METODO, è una SCIENZA!”
  3. La prossima volta che incontrerà A, parlerà del tempo.

Alzi la mano chi almeno un giorno sì ed uno no non legge in rete l’infelice dicitura METODO ABA: su Facebook,  volantini che vendono corsi di formazione (se non addirittura Master certificati o corsi RBT) in Metodo ABA, o annunci che offrono posti di lavoro per educatori con formazione in metodo ABA, o ancora centri estivi con applicazione della metodologia ABA, e chi più ne ha più ne metta.

In Italia, il termine “metodo”, che sarebbe pure giusto in termini tecnico-scientifici (“Procedimento messo in opera seguendo criteri sistematici in vista di uno scopo; complesso organico di regole, principi, criteri in base ai quali si svolge un’attività teorica o pratica“, dal Dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti) è cambiato nel tempo, soprattutto in educazione; ad oggi esistono centinaia di “metodi” educativi, nostrani o importati dall’estero.

Il panorama variopinto dei metodi offre mille possibilità educative dedicate ai nostri pargoli, dalla grande Trinità classica di Montessori/Steiner/Feuerstein, attraversando ogni genere di scuola senza banco, senza zaino, senza voti, senza compiti, senza insegnante, senza mura (a quando la scuola senza bambini?), per arrivare in questa torrida estate 2017 all’espandersi dei metodi educativi positivi basati sul metodo ABA. Metodi di metodi, dunque. Col metodo, naturalmente, escono i manuali: per crescere bambini felici, diventare genitori felici, essere insegnanti felici, creare ambienti felici. Come? Con la positività. Ma cos’è questa positività? E’ un metodo del metodo ABA. Mica l’ABA, per carità.

Leggendo, viene il dubbio che, pur non avendo studiato, parlino di Establishing Operations (novità rispetto alla motivazione intrinseca), Contingencies Building (novità rispetto alla lezione frontale), approvazioni sociali (novità rispetto alle sgridate) e apprendimento senza errori (novità rispetto a compiti impossibili a cui dare il voto “inclassificabile”). Ebbene sì, ma attenzione, non si può dire ABA e non si usano TUTTI i Principi della Scienza del Comportamento (non si può dire nemmeno Comportamento), ma solo alcuni, quelli che servono a:

  • 
proporre un nuovo METODO educativo basato solo su quei pezzetti di ABA, con un bel nome accattivante ed un logo colorato;
  • vendere quel nuovo METODO educativo come efficace in base alla letteratura scientifica riferita a quei pezzetti di ABA scelti come cuore del nuovo metodo.

Insomma, la moda educativa autunno/inverno 2017 sembra essere “R+”, proposto in salsa all’italiana.

ABA è la branca di ricerca applicata di una scienza giovane, con una metodologia, un’epistemologia, una filosofia della scienza, progressi in atto e limiti propri. Per chi la ama e la studia con desideri di approfondimento è triste vederla smembrata e venduta a pezzi, per scopi opposti rispetto a quelli per i quali è nata. Noi che siamo Errepiù abbiamo la possibilità, il dovere ed il piacere di poterla spiegare e diffondere, ESATTAMENTE così com’è: Applied Behavior (o Behaviour, se siete British) Analysis.

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Addio foglio di presa dati

E’ ora di una nuova tecnologia. Educativa.

Per un analista del comportamento, vedere il gran interesse che c’è per la robotica applicata all’autismo è sorprendente. Tutto ciò che abbiamo finalmente compreso sullo sviluppo umano, da quando non facciamo più le “prove discrete” a tavolino e forme di addestramento educativo, è che l’interazione umana è ontologicamente connessa all’evoluzione dell’individuo e che, come forma di stimolazione neurologica (o cognitivo-comportamentale…) non può essere sostituita da nulla di meccanico. In altre parole, solo una persona, con il gioco e la spontaneità, può aiutare un bambino con difficoltà di sviluppo a recuperare la voglia di guardare negli occhi, il divertimento di fare “cucù”, l’istinto di imitare, il piacere di rifare suoni e movimenti emessi da altri.

Eccoci qui, nella terra di mezzo tra la tecnologia informatica/ingegneristica e la tecnologia educativa (che vuol dire uso di strategie per insegnare in modo mirato…non c’entra con i computer). Quest’ultima ci guida verso una rimozione dei dispositivi informatici a favore di un ripristino di abilità motorie grosse e fini, di attenzione condivisa con gli altri, non con un dispositivo.

Siamo infatti lontani, malgrado il fascino dell’intelligenza artificiale, a sostituire l’insegnante con un robot. E non siamo nemmeno tanto originali quando proviamo a sperimentarla: hanno già provato a sostituire gli insegnanti con dispositivi (dimostrando che è l’insegnante che insegna o progetta l’insegnamento, non il materiale che usa, a generare l’apprendimento) gli illustri Skinner, Lovaas, Lindley ed eredi,… con le loro Teaching Machines e l’Istruzione Programmata, l’alfabetizzazione universale con la TV, la LIM, le classi multimediali con l’I Pad per tutti…

Allo stesso tempo, però dobbiamo ammettere di essere una categoria professionale reticente e sospettosa: raccogliamo i dati carta-matita, ci costruiamo da soli, infinite volte, materiali che potremmo progettare con l’aiuto di professionisti dell’informatica o dell’ingegneria, per un uso più flessibile e vario.

Il mondo degli Errepiù sta per essere messo sottosopra da un’innovazione che il tecnico informatico Enrico di Casa Gioia ha prodotto: un quaderno elettronico. Molti troveranno questa cosa ridicola ma per noi analisti del comportamento è epocale: i nostri fogli di presa dati, i nostri grafici individuali, giornalieri, settimanali…saranno generati automaticamente e raccoglieremo dati con il telefonino o il tablet. I genitori potranno leggere ciò che facciamo e come va il figlio dal loro computer, in tempo reale. Oltre a fungere da database longitudinale (molte neuropsichiatrie infantili non ce l’hanno!), questo dovrebbe aumentare di molto la nostra accuratezza, la velocità, l’efficienza di analisi e soprattutto, richiederà ai professionisti di condividere realmente un vocabolario di termini scientifici accurati (se scrivo PROMPT il computer intenderà proprio PROMPT…non quello che io volevo dire al mio collega con un significato leggermente diverso). Insomma, dovremmo migliorare, almeno in autostima.

Sapremo come va tra un po’, analizzando i dati prima e dopo l’avvento della tecnologia informatica per la raccolta dati e la creazione di grafici e programmi.

Ma sappiamo già che il software non potrà sostituire l’occhio dell’educatore, l’opinione del genitore e la correzione di un buon supervisore.

L’educazione si gioca tra ciò che è frutto della selezione naturale, ciò che ci rende umani e socialmente capaci e il prodotto della nostra intelligenza, un’epoca storica dopo l’altra. Godiamoci i simboli del limbo in cui ci troviamo, a cavallo tra un mondo dell’insegnamento che finisce, uno che non può finire e uno che verrà inevitabilemnte sostituito dall’innovazione: il nostro strano mondo fatto di plastilina, tesserine velcrate, mollette da bucato per rafforzare la prensione, specchi per imparare a imitare…e finalmente I Phone e I Pad usati come strumenti al servizio dell’educatore (non più come premi per bambini che non prestano attenzione a nient’altro).

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A. SI E’ DIPLOMATO!

La nostra “lettera per A.”, ha fatto commuovere 20.000 insegnanti! Volete sapere com’è andata a finire?

Caro A.,

Non mi sono mai sentita così vecchia: sei il mio primo bimbo che si diploma!

Ti hanno interrogato in tutte le materie, anche il presidente di commissione ha voluto metterti alla prova direttamente. Tua mamma si è fatta bella come una diva, tuo papà ha fatto finta di andare al lavoro. Io giravo in automobile intorno alla tua scuola, per vederti in caso fossi uscito. Ho scelto di non entrare perché questa e’ una cosa tua e l’esame va vissuto con i professori e i compagni. Ti hanno chiesto cosa farai dopo l’istituto agrario: hai parlato del progetto di un centro che offra l’opportunità di svolgere lavori agricoli a contatto con la natura a ragazzi con difficoltà: non ne avevamo mai parlato. E’ una risposta bella, anche furba, visto il contesto. 
Hai festeggiato con i tuoi vecchi educatori, patatine e analcolico, hai preso un gelato con me e mio figlio, poi hai visto che in giro c’erano delle belle ragazze e sei rimasto in paese. Mi hai sgridata per come tengo l’automobile, commentato la mia guida, giocato con noi: sei bravo con i bambini. Quando ho pensato di non poter essere più fiera di te, hai iniziato a elencare quelli che devi ringraziare per questo ennesimo successo. E allora lascia, caro A., che la tua “insegnante speciale” ti corregga ancora una volta: non ringraziare nessuno. Come nello sport, gli allenatori lo sanno se sei un campione. Desiderano solo che tu viva le soddisfazioni per cui hai lavorato e che il mondo te lo riconosca.

Ho imparato da te, dai tuoi straordinari genitori, dall’ingenua chiarezza con cui vedi le cose attraverso le esperienze dei tuoi vent’anni. Frequentarti mi ricorda la natura del mio lavoro ripulita dalle delusioni, dalle invidie, dalla politica, dai problemi economici, dalla politica ( l’ho già detto?) … e mi fa riflettere perche’ lavoro in un sistema in cui, crescendo in titoli e competenze, si viene allontanati dal bisogno primario di cui e’ fatto il lavoro di insegnante: dare valore agli altri.

P.S. Un brindisi anche alla salute di  quelli che hanno cercato ostacoli e cavilli che ti impedissero di contraddire i loro manuali… ti hanno insegnato a studiare il doppio, poi il triplo. E a un certo punto hanno capito che sarebbe stato assurdo fermarti. Hai vinto!