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Facciamo l’indispensabile

Diciamo la verità: i progetti “simpatici”, facili da realizzare e che danno poco aiuto alle persone ma tanta visibilità sono quelli più facili da finanziare. E’ cercare aiuto per fare l’indispensabile e farlo subito, il vero problema.

Quando si cerca aiuto per realizzare progetti di utilità sociale, è più facile ottenere consenso parlando di sport, musica, bellezza, amore…   piuttosto che intervenire immediatamente sull’Università, sulla Scuola e sulla Sanità per dare a chi ha disturbi evolutivi trattamenti intensivi efficienti. Eppure nasce 1 bambino autistico ogni 77 e ci sono delle possibilità che abbia un futuro autonomo, senza essere a carico dello Stato, se si interviene bene e presto. E’ urgente, necessario, richiede visione e investimenti sulla ricerca applicata.

Noi che di mestiere vogliamo continuare a FARE L’INDISPENSABILE (senza spendere un euro per il marketing di “contenitori senza azioni”), siamo in difficoltà.

Donare a Errepiù APS significa sostenere questi comportamenti degli Associati:

    • Condurre Ricerca Applicata per il miglioramento dell’efficienza dell’ABA come intervento evolutivo
    • Viaggiare per aggiornarsi e confrontarsi con i ricercatori all’estero
    • Tradurre in italiano materiali recenti disponibili solo in lingua inglese e divulgarli gratuitamente
    • Aiutare economicamente le famiglie che hanno difficoltà ad accedere ai trattamenti intensivi precoci o a interventi mirati per la preparazione all’autonomia di giovani con disabilità
    • Premiare le Scuole e gli Insegnanti migliori, aiutarli a descrivere ciò che fanno, ispirando gli altri a seguirne l’esempio
    • Organizzare corsi e eventi in grado di portare i migliori luminari e esperti sul nostro territorio

    Possiamo finalmente ricevere donazioni al nostro IBAN

    IT26O0538766511000003144117

    Intestato a : Associazione Errepiù.

  • Per ogni donazione rilasceremo una ricevuta con il nostro codice di Iscrizione all’Albo Regionale degli Enti del Terzo Settore, che permetterà al donatore di utilizzare gli sgravi fiscali per erogazioni liberali (detrazione e deducibilità) previsti dalla normativa vigente.

Ecco cosa sono per noi:

5 euro: un album da disegno e un mese di gessi da lavagna

10 euro: un mese di carta igienica e rotoli asciugatutto

20 euro: un’ora di trattamento educativo a un bambino/a

25 euro: acqua in bottiglia per un mese

35 euro: stampa di un poster da presentare a un convegno

50 euro: una seggiolina di legno

60 euro: un’ora di trattamento logopedico o motorio specializzato per un bambino/a

70 euro: accompagnamento di un ragazzo autistico a una serata con amici

80 euro: un pieno di DIESEL per andare a aiutare un insegnante o una famiglia in una scuola lontana

90 euro: un triciclo o una bici usata, un mese di abbonamento del treno per un ricercatore

100 euro: tre libri sui principi di ABA e un Tx3 regalati a un insegnante di sostegno

150 euro: corso di formazione per un insegnante o parent training per un genitore

200 euro: due notti nell’hotel di un convegno in Europa

250 euro: osservazione, valutazione e relazione clinica scritta per un minore con Autismo

300 euro: traduzione di un articolo (breve) in italiano

400 euro: iscrizione a un convegno all’estero

500 euro: un computer

600 euro: traduzione di un articolo italiano per una rivista scientifica straniera

800 euro: un volo A/R in USA

1000 euro: un anno di cancelleria in un centro di ricerca

1500 euro: un mese di trattamento intensivo precoce e supervisione per un bambino/a

3000 euro: un anno di pulizie di un centro di ricerca

5000 euro: la trasferta di un ricercatore dall’estero

10000 euro: un anno di affitto di un piccolo spazio di doposcuola specialistico

I nostri soldi sono spesi così. Errepiù persegue i fini associativi attraverso l’autofinanziamento e l’opera volontaria di professionisti e sostenitori.

Se anche tu sei dalla parte di chi porta nel mondo concretezza e azioni utili, se vuoi aiutare i nostri ricercatori a fare ricerca applicata (che vuol dire applicata direttamente per aiutare i bambini e le famiglie, NON IN LABORATORIO!) e se ti piace resistere all’analfabetismo funzionale aumentando la comunicazione positiva,

DONA quanto ti è possibile al nostro IBAN

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Intestato a : Associazione Errepiù.

Scrivici su infoerrepiù@gmail.com come vuoi che sia destinata la tua donazione, come intestare la tua ricevuta e se vuoi condividere la storia della tua donazione o preferisci rimanere anonimo. Amiamo le storie, facciamo l’indispensabile adesso.

I nostri centri, che condividono il lavoro nel Fab Lab e la Direzione Scientifica, sono

Scuola delle Stelle (Rubiera) RE

VitaLab (Reggio Emilia)

Akela (Parma)

Kirikù (Salsomaggiore Terme, PR)

Coccovillage (Cocconato, AT)

AllenaMenti (Molfetta, BA)

e… tanti altri affiliati nel 2020!

 

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A Settembre iniziamo Karate?

Vogliamo che sia più disciplinato/a, oppure che si difenda dai bulli, e subito pensiamo al Karate. Facciamo bene?

Nell’ultimo anno, abbiamo accolto il suggerimento di varie famiglie a proporre attività basate sulle arti marziali ai nostri bambini con Disturbi dello Sviluppo. L’interesse dei genitori per Karate &co. derivava in particolare da due credenze:

 

  • Il Karate fa controllare la propria forza
  • Il Karate insegna a difendersi

Quali siano le preoccupazioni che fanno sperare nel Karate è chiaro: (per chi è grande e forte, e magari si arrabbia spesso) cosa fare per l’aggressività durante la crescita? (per chi è smilzo e leggero, e magari piange spesso) come proteggersi dai bulli e evitare di essere vittima dei gruppi di compagni a scuola e nella vita?

Visto che non conosciamo le arti marziali, abbiamo intervistato il nostro Pedagogista-Cintura Nera Maurizio https://errepiu.it/portfolio/maurizio-saravalli/, dopo un paio di attività di avviamento al Karate che ha condotto con i Bambini di Scuola delle Stelle, centro affiliato a Errepiù.

D: Consigli il Karate per i nostri bambini? E’ adatto per gli scopi che interessano alle famiglie, l’autocontrollo e l’autodifesa?

R: L’idea è buona e, inteso come avviamento allo sport da praticare per lo sviluppo motorio, il Karate ha un ricco database motorio, a livello della ginnastica artistica. Il Karate può essere un ottimo strumento di preparazione atletica. Quanto alla scelta del Karate a scopo educativo devo fare delle precisazioni. Sono istruttore federale CONI e ho raggiunto un’età in cui preferisco aiutare le famiglie a scegliere in modo critico, piuttosto che limitarmi a decantare la superiorità di una disciplina rispetto all’altra.

D:  Quali precisazioni?

R: Se vogliamo offrire ai nostri figli l’esperienza di uno sport per aiutarli a controllarsi e perché non siano vittime di bullismo, tutti gli sport sono validi. Sono l’ambiente e l’allenatore a fare la differenza. Scegliete bene il tecnico e la società sportiva.

D: Come facciamo?

R: Un ambiente sportivo consapevole del potenziale e della responsabilità educativa che porta con sé, offre tecnici equilibrati, che non devono dedicarsi a creare campioni o agonisti ma che si impegnano con tutti, a prescindere da livello di partenza, per sfruttare al massimo le potenzialità di ogni persona che incontrano. Un allenatore vincente è quello che aiuta i suoi allievi a stare meglio con il proprio corpo, a sentirsi più sicuri dei propri movimenti e di sé.

D: Quindi l’idea che i piccoli Karate Kid non saranno vittime di bullismo è sbagliata?

R: Si, perché una persona con o senza disabilità che si presenta nel mondo, a partire dalla postura e dallo sguardo, con evidenti fragilità e insicurezze, è sempre a rischio di essere vittima di gruppi di altre persone fragili che si aggregano per sentirsi forti. Un allenatore che insegna solo a guardare le prestazioni, non mette al riparo i propri allievi né dall’essere vittime di bullismo, né dal diventare bulli. La vera autodifesa ha a che fare con la stima di sé e così come il vero autocontrollo, si percepisce già dalla presenza fisica, dal modo di camminare e di muoversi: di questo deve preoccuparsi un allenatore che sa di essere anche un educatore.

D: Cosa consigli ai genitori che ci hanno chiesto di far provare il Karate ai loro bambini?

R: Trovate uno sport adatto alle inclinazioni dei bambini e un allenatore che li aiuti a crescere. Preoccupatevi di questo soprattutto in quella fascia d’età in cui i vostri figli passano dall’infanzia alla pre-adolescenza e poi all’adolescenza: qui gli amici e la figura dell’allenatore diventano importantissimi e non si può scegliere “a caso”.

 

D: Puoi spiegarci meglio?

R: A partire dai 9-10 anni, l’allenatore è colui che può aiutare i genitori, forse più di chiunque altro, a “traghettare” i bambini verso l’adolescenza diminuendo il rischio che scelgano, per malessere, sperimentazione o prossimità, gruppi disagiati e esperienze diseducative. Possiamo accorgerci di dinamiche che non si vedono nemmeno a scuola o a casa.

Se volete che proviamo a far crescere i vostri figli in un ambiente il più sano e pulito possibile, siate nostri alleati e supportate le regole che diamo anche se sono fastidiose per voi! Ne approfitto per fare un appello: noi allenatori perdiamo speranza quando ci dite che non portate il bambino a allenarsi perché deve fare i compiti (lo sport è un impegno di salute e di amicizia, non un premio) o non venite agli incontri nel week end perché “anche voi dovete riposarvi” o siete “a pranzo fuori”: rigore e disciplina sono insegnamenti necessari per ottenere i risultati evolutivi che desiderate, ma non possiamo riuscirci senza che voi diate l’esempio.

 

 

 

 

 

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D’estate il bambino autistico è il “più educato”

Il bambino più bravo del gruppo è quello con autismo?

Oggi si conclude il Camp in Puglia e da lunedì riprende la nostra Summer School a Scuola delle Stelle (Rubiera). Più di ogni anno prima d’ora abbiamo unito le energie tra centri e professionisti e abbiamo iniziato due esperienze che ci hanno colpito: quella del Coccovillage (Asti) e quella di AllenaMenti (Molfetta). Nel primo, il modello CABAS® (ABA per lo sviluppo verbale, in contesto di gruppo) è stato proposto per bambini con bisogni speciali e, con un po’ di apprensione, per l’organizzazione di alcune famiglie, sono stati inseriti bambini a sviluppo tipico (fratelli, ma non solo). I genitori più sorpresi e espliciti nel raccontarci gli effetti della summer school sono stati i genitori dei bambini a sviluppo tipico, che in poche settimane hanno manifestato miglioramenti nel comportamento, nell’autonomia, nella cura di sé e nelle relazioni in gruppo. Hanno anche completato i compiti delle vacanze, perfezionando le competenze accademiche non consolidate. “Era dispiaciuta di aver finito i compiti e ha chiesto di prendere un altro libro”; “Adesso si fa la doccia, si lava i denti e si mette il pigiama da solo tutte le sere, con orgoglio!”; “E’ cresciuta più in queste settimane che in un anno di scuola”; “E’ l’esperienza più bella che potevamo farle fare”; “L’anno prossimo vogliamo tutta l’estate!”; “Adesso sta a tavola con noi, chiacchieriamo e assaggia più cibi”; “In strada è attento e aspetta senza correre”.  A Cocconato (AT) Cristina Ferro, pedagogista con master ABA, implementa CABAS® per lo sviluppo di tutti i bambini e mostra che educazione e trattamento non sono opposti ma un continuum da personalizzare. Soprattutto, mostra che il contesto scolastico, includendo i principi di ABA, potrebbe aiutare sia i bambini a sviluppo tipico che i bambini con disturbi del neurosviluppo, massimizzando i risultati (altro che gestione della classe!) e utilizzando risorse con una formazione comune. Nel secondo (AllenaMenti di Molfetta) abbiamo incorporato la summer school dei bambini seguiti con modello CABAS® nel camp estivo dei bambini del territorio: i “nostri” bambini con bisogni speciali hanno partecipato, assieme ai loro educatori specializzati, al camp con altri 80 bambini ogni mattina, condividendo le attività in gruppo (teatro, nuoto, multisport, musica, tiro a segno, caccia al tesoro, laboratori, danza, giochi a squadre… culminati in una grande festa con spettacolo) poi hanno preso il pulmino, fatto la doccia in palestra, pranzato insieme, lavato i denti, condiviso un circle time, e ricevuto il trattamento educativo personalizzato presso AllenaMenti. Le famiglie che hanno partecipato erano inizialmente molto restie: “non saranno troppe ore?”, “sarà stressante?”, “riuscirà a sopportare tutti quei rumori, tutte quelle persone, l’imprevedibilità delle attività giornaliere, la musica alta, l’acqua sul viso, il pranzo al sacco…?”. Non ce n’è una che non abbia chiesto di rifarlo per tutta estate l’anno prossimo. Il tempo più lungo di adattamento di ciascun bambino ai diversi contesti è stato di tre giorni e tutti, nessuno escluso (e sono tutti diversi!) hanno mostrato forti accelerazioni evolutive, soprattutto in termini di linguaggio e iniziativa sociale. Abbronzati e stanchi ma rilassati tornavano a casa, a volte facendo capire di voler restare ancora un po’. Sono emerse parole, attese, regolazioni del proprio comportamento, ascolto, autonomie nell’igiene e nella transizione e anche amicizie. Infine, verrebbe da pensare che fossero gli educatori che gestiscono il grande gruppo a far emergere le nuove abilità e invece le dinamiche del campo estivo hanno reso evidente che la professionalità indispensabile per gestire tutti, sia i bambini con disturbi evolutivi che gli altri (che in gruppo sono una bella sfida e che talvolta non hanno diagnosi e etichette pur mostrando evidenti difficoltà) era quella degli analisti del comportamento. La guida pedagogica, quella che porta buon senso e energie ben riposte, è evidentemente quella degli educatori specializzati, che sono presto diventati punti di riferimento per tutti gli altri adulti e per i bambini. Insomma, anche per insegnare a un gruppo funziona meglio chi sa insegnare a un bambino con autismo, e lo si vede ad occhio nudo sia nella posizione di colleghi che di genitori e persino dal punto di vista dei bambini. E allora cosa stiamo aspettando a portare queste competenze a scuola (non nella scuola speciale, ma nella scuola di tutti?!) Non si starà assistendo al paradosso che le persone con autismo siano educate meglio della comunità di bambini (fisicamente scoordinati, disprassici, demotivati, insicuri, poco attenti, dal vocabolario limitato, arroganti, scarsamente autonomi e Ipad dipendenti…chiedete a pedagogisti e psicologi…) assieme ai quali stanno crescendo?

E’ solo una provocazione, ma in certi momenti, dopo aver ascoltato l’ennesimo: “poi purtroppo ricomincia la scuola”, o “se fosse sempre così”, è impossibile non pensarlo. La scuola può essere divertente, interessante, eccellente e personalizzata, con una persona a fianco, con un piccolo gruppo, in gruppo: è questione di tecnologia didattica, non di diagnosi. O forse siamo innamorati del nostro lavoro e dei nostri bambini, che per noi sono i veri valorosi, piccoli eroi in calzoncini per cui nulla è scontato e tutto è conquista.

*nota: a Cocconato tutto il Comune ha partecipato alle spese della summer school e a Molfetta ogni bambino con bisogni speciali ha usufruito di un finanziamento con contributo personalizzato. La qualità costa, ma il beneficio torna a tutto il territorio in forma di costi socio sanitari dimezzati.

 

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Il Segreto degli Antichi Manoscritti

Sono molti i genitori a cui, negli ultimi anni, ho suggerito di scrivere un libro.

Pensavo a versioni moderne di “Let me hear your voice” (C. Maurice), in grado di raccontare la solitudine e il peso delle montagne da spostare quando un figlio ha problemi di sviluppo che si manifestano dai due anni e che hanno buone speranze di miglioramento soltanto prendendo subito e a caro prezzo (economico ma anche umano) decisioni “moderne”, talvolta diverse dalle indicazioni dei dottori. Pensavo potessero essere utili a chi li scriveva e ai potenziali lettori.

Ma uno dei miracoli a cui continuo ad assistere, oltre al recupero di alcuni bimbi, è quello della maturazione delle loro mamme, che seguono i miei consigli solo quando sono pertinenti con il percorso che hanno scelto. Mamme che amano in modo così costruttivo da trovare, nella straordinaria esperienza educativa che ti impone la comprensione dell’autismo, fonti di crescita personale e scoperta di sé. E Laura, che possiede il tipo di fantasia, di capacità narrativa e di costruzione di mondi di una J.K. Rowling (mamma capace di creare Harry Potter in un momento di grave difficoltà personale e familiare), non ha scritto un diario sull’ABA o una biografia, ma un’avventura verso la ricerca della felicità. E ha fatto bene, perché il prodotto è una perla.

L’esperienza non si può condividere, le storie sì.

Grazie a Laura Vaghini,  viaggiamo tra oriente e occidente, passando per Piacenza, e incontriamo personaggi “amici, invidiosi, furbi, intelligenti, malvagi, deboli, persone che ti vogliono bene, attenti al tuo cuore e pronti ad aiutarti”, come ben descrive Agostino Maffi nella prefazione al libro.

Il Segreto degli Antichi Manoscritti è un sogno realizzato da una mamma che è “Errepiù” per chiunque incontri e che ha rappresentato per noi che conosciamo il suo bambino (adesso ragazzo) un modello di energia positiva, amore incondizionato, lucido ottimismo ripagato da risultati e consapevolezze.

Brindiamo tutti al Nuovo Anno e alla pubblicazione del suo (primo) libro!

Prendete d’assalto il sito di Officine Gutenberg e Condividete!

Catalogo

Biografia di Laura sul sito di Errepiù: https://errepiu.it/portfolio/laura-vaghini/

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Scarica il calendario 2019 di Errepiù

calendario Errepiù 2019

Anche quest anno Errepiù regala il calendario!

Per genitori:

scrivete gli impegni fissi dei membri della famiglia a sinistra, le cose da fare in più in alto a destra e ogni mese create un obiettivo speciale raggiungibile dai bambini (ma non solo) accumulando 10 stelline. La parte in basso a destra è un salvadanaio dei gesti e dei pensieri positivi del mese e sarà bello rileggerlo alla fine dell’anno!

Per insegnanti:

Il calendario contiene una tabella per token economy e diversi schemi utilizzabili per aggiungere la vostra approvazione in presenza di particolari apprendimenti e conquiste dei vostri allievi. Con i piccoli il calendario funge da agenda per voi, con i più grandi può essere uno strumento di auto monitoraggio e documentazione. Naturalmente può essere usato anche per esercitare la scrittura e l’uso dei colori!

Noi l’abbiamo stampato in bianco e nero, in A4 e rilegato con la spirale in alto, e voi? Mandateci le foto delle vostre realizzazioni!

Buon Anno Nuovo da Errepiù!

(disegni:Mirella Lipari)

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CABAS(R) COME SISTEMA CIBERNETICO DI PERSONE

UN’IMPRESA CHE PRODUCE RICERCA E EDUCAZIONE (scuola-laboratorio) DEVE ESSERE FATTA DA PERSONE UNITE DA METODO E OBIETTIVI. E TANTA, TANTA UMANITA’!

Il nostro mondo è interamente costituito da sistemi, vivi o non-vivi, intrecciati ed in interazione; possono essere definiti sistemi la società, l’economia, un computer, un’azienda, una cellula, un organismo, un individuo, la scuola.

La scienza del controllo dei sistemi si chiama cibernetica, e venne fondata nel 1948 dal matematico americano Norbert Wiener. Nell’era digitale di oggi, molti ignorano il reale significato del termine e del suo derivato aggettivo “cibernetico”, associandolo spesso con la moda cyber, con i videogame o con i cyborg, mentre parallelamente la nostra cultura, assegna una valenza sempre più negativa al termine “controllo” – ricordiamo che: l’obiettivo della scienza è di capire, predire, e controllare il comportamento (Berliner, 1990).
Un sistema cibernetico è un insieme di elementi in interazione, in cui gli scambi tra le parti costituiscono comunicazione, alla quale gli elementi reagiscono cambiando di stato o modificando le proprie azioni. Il modello CABAS® è un sistema cibernetico educativo, basato su un modello accurato e operante, sviluppatosi entro i limiti e le opportunità generati dal funzionamento quotidiano della scuola (Greer, 1991) e al centro del quale sta lo studente (Singer-Dudek, Speckmann, Nuzzolo, 2010), il cui apprendimento influenza il comportamento dell’intera comunità educativa (Twyman, 1998). CABAS® applica l’analisi del comportamento a tutte le componenti del sistema scolastico (pedagogia, programmazione, didattica, supervisione, amministrazione) e a tutti i suoi membri (studenti, genitori, insegnanti, amministratori, dirigenti, psicologi, supervisori, professori universitari), in modo che la ricerca e i dati siano dettati dalla pratica quotidiana (Greer, Kehoane, Healy, 2002). L’analisi sistematica infatti viene qui utilizzata per determinare o evocare relazioni cibernetiche tra tutte le parti del sistema, in modo che i risultati (gli effetti) sull’apprendimento degli studenti siano le variabili di controllo per le relazioni tra i diversi ruoli (Greer, 2002). La misurazione continua e globale è una delle caratteristiche del modello e l’analisi dei dati del singolo individuo, come del sistema intero, è costante e fornisce la base per tutte le decisioni strategiche e tattiche effettuate per gli studenti, gli insegnanti, i supervisori, i genitori e per tutte le altre componenti del sistema.
Mentre molti approcci comportamentali analizzano e monitorano i progressi dei bambini, ma si dimenticano di misurare l’efficacia dell’educatore/insegnante nel presentare l’insegnamento o nel modellare la risposta target, CABAS® pone l’enfasi su entrambe i lati dell’equazione dell’apprendimento, e su tutti gli attori a tutti i livelli di partecipazione, permettendo il mantenimento di un sistema educativo che sia costantemente in evoluzione e auto-correttivo (Greer, Keohane, Healy, 2002).
L’obiettivo delle scuole CABAS® è di fornire luoghi di ricerca (anche grazie alla formazione universitaria per studenti, dottorandi e studenti post-dottorato), dimostrazione e formazione per lo sviluppo di procedure e sistemi utilizzabili da altri analisti del comportamento e scuole. CABAS® non è stato progettato per essere un metodo competitivo; piuttosto è stato pensato come strumento per lo sviluppo di procedure scientificamente testate che tutti possono utilizzare (Greer & Ross, 2007).
La sopravvivenza delle buone prassi dipende infatti dall’integrità delle applicazioni e l’integrità dell’applicazione determinerà la nostra capacità di aiutare i bambini (Greer, Keohane, Healy, 2002).
Il modello CABAS® è un sistema cibernetico educativo vivo, e per questo in continua evoluzione: i professionisti CABAS® imparano quotidianamente a mettersi in discussione, sanno vivere il “controllo” della supervisione come momento di crescita individuale e collettiva, prefessionale in primo luogo, ma anche umana. Qualsiasi professionista è PRIMA DI TUTTO un essere umano, come qualsiasi STUDENTE è prima di tutto un bambino. Considerare un professionista PRIMA DI TUTTO UN ESSERE UMANO, non toglie nulla al suo valore professionale in termini di competenze, accuratezza ed efficacia, ma apre un’importante finestra di riflessione  sull’integrità dell’applicazione del modello. Ad esempio, se le classi CABAS® sono caratterizzate per definizione da ambienti positivi, ovvero ambienti in cui vengono evitate procedure coercitive e controproducenti (Greer, Keohane, & Healy, 2002) e le disapprovazioni sociali (Greer, 2002), tale definizione va applicata non solo alla relazione tra insegnante e studente, ma a tutte le relazioni tra tutti coloro che sono coinvolti nel sistema. Un altro esempio può essere rappresentato dalla capacità del modello di fornire una previsione ed una valutazione dell‘esatto rapporto tra costi e benefici in termini di Learn unit e obiettivi a breve termine raggiunti; attraverso la visualizzazione grafica dei dati è possibile determinare i costi per unità di insegnamento/apprendimento e i costi per ogni risposta corretta, fornendo così una misura ipotetica del rapporto costi/benefici dell’educazione (Greer, Kehoane, Healy, 2002). Essendo un vero sistema, nel CABAS® sono le singole professionalità individuali a costituire, grazie alla loro interdipendenza, la collettività: una comunità, con un linguaggio condiviso, obiettivi condivisi e basi scientifiche condivise. Una comunità fatta di persone, con la loro umanità, con il coraggio e la consapevolezza di poter crescere e di poter far crescere con risultati che siano per tutti, misurabili, evidenti, sempre disponibili a tutti e replicabili.

 

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La Pedagogia, Burioni, lo Sport , l’Agonismo e la Democrazia

La Pedagogia, Burioni, lo Sport , l’Agonismo e la Democrazia

Non è carino nominare invano un grande medico accademico e ricercatore come Roberto Burioni su righe leggere e irriverenti come quelle di seguito riportate, frasi scritte con la sola volontà di far comprendere a categorie quale genitori, politici e insegnanti quanto sia importante la conoscenza.

Cerchiamo a questo punto di comprendere che legami ci siano tra i termini citati.

Chi è il pedagogista, o almeno chi era?

Il pedagogista, figura oggi considerata di bassa importanza anche se ancor presente nel nostro paese, è quella figura che ha, anzi avrebbe, istituzionalmente un compito “teoricamente”  molto importante, ovvero aiutare la persona (fanciullo, adulto, o professionista che sia), a comprendere quali siano le strutture cognitive  alla base degli apprendimenti.

Al fanciullo insegnerà a riconoscere quali siano i meccanismi che gli sono propri nei processi di apprendimento con lo scopo di rendere i suoi sforzi maggiormente efficaci ed efficienti. All’adulto, soprattutto se appartenente al mondo dell’educazione, darà informazioni sul come rendere il proprio modo di divulgare la propria disciplina, il più poliedrico possibile con lo scopo di  renderla fruibile ad un maggior numero di sistemi di elaborazione ovvero, avere più soggetti/allievi in grado di seguire in modo fruttuoso le proprie lezioni.

Ok … sin qui ci siamo, ma cosa c’entra tutto ciò con un luminare della ricerca immunologica, con lo sport e l’agonismo?

Cerchiamo di comprendere i legami.

Una delle più famose frasi del Virologo Dott Roberto Burioni, recita: “la scienza non è democratica e uno non equivale a uno”. Tutto ciò è lapidariamente vero ed incontrovertibile, la scienza, quella vera e non quella postata sui social media, necessita di studio, prove, verifiche, analisi di enormi quantità di dati, estenuanti tentativi di inficiare quanto scoperto con lo scopo di consolidare quanto scoperto, per tale motivo può argomentare di argomenti scientifici solamente la persona avente le specifiche e necessarie competenze, mentre l’opinione dell’uomo di strada, anche se ben informato non può mai equivalere a quello dello scienziato specialista.

Iniziamo quindi a comprendere che capire come capire, sin dai primi momenti della nostra vita, è alla base della differenza tra un ricercatore e un postatore compulsivo di pseudo informazioni scientifiche sui social media.

La scienza non è democratica, la scienza è per coloro che evidenziano capacità e, soprattutto, caparbietà …. la capacità di comprendere ciò che si accingono a studiare e la caparbietà di non mollare mai, di continuare i propri sforzi nonostante le difficoltà e la fatica.

Questo vuol dire che una persona di cultura medio bassa ha minor valore di uno scienziato? …. Assolutamente NO, vuol però dire che ogni persona può e deve evidenziare le proprie conoscenze nell’ambito delle proprie competenze.  Difficilmente  vedrei Il Dott. Burioni uscire indenne in un confronto sulla storia della seconda guerra mondiale con lo storico Gianpaolo Pansa, di astronomia con la compianta Margherita Hack, di psicologia dell’età evolutiva con l’altrettanto compianto Guido Peter o di impianti di riscaldamento a pavimento con il mio idraulico di fiducia. Ognuno ha il suo ruolo … quello del medico è fare una diagnosi e trovare una cura, quello del paziente è ascoltare e curarsi secondo quanto ha prescritto il medico.

E il parallelo con lo Sport e l’agonismo?

Analogo ….

Lo sport, inteso come momento ludico da passare in compagnia o da soli, praticando un’attività ricreativa, rilassante ed emotivamente detensionante come la corsa, la bicicletta, il calcio, un’arte marziale, ecc. a tutti concesso … anzi vivamente consigliato per il mantenimento di una buona salute … ma l’agonismo no.

L’agonismo non è assolutamente democratico.

L’agonismo … quello vero, quello di chi mira ad ambiziose mete è per pochi, pochissimi, come per pochi, pochissimi è il raggiungimento di ambiziosi traguardi curriculari. La pratica di uno sport in forma competitiva, richiedente di eccellere nei confronti non solo di se stessi, ma anche e soprattutto nei confronti di altri soggetti aventi lo stesso obbiettivo finale, richiede caratteristiche fisiche, neurologiche, psicologiche e caratteriali presenti in ben pochi soggetti, soprattutto se gli obbiettivi sono elevati.

Analogamente a ciò anche il mondo dei tecnici sportivi mette in evidenza gli stessi parallelismi, il tecnico di basso profilo culturale, con formazione superficiale non in grado di comprendere che anche nel mondo dell’amatorialità si necessita di professionalità è generalmente onnipresente in tutte quelle situazioni che ho precedentemente definito  “democratiche”, ovvero preparatori di atleti o squadre con obbiettivi di basso profilo, necessitanti di piccoli impegni personali, bassi investimenti economici e sociali. Al contrario atleti di alto profilo necessitano di equipe altamente professionali, esperti di settore, ricercatori in specifici ambiti, come medicina sportiva, biomeccanica, dietologia ecc.

Eco la motivazione di base di una corretto approccio pedagogico nell’educazione del sistema sociale, la persona deve essere educata, sin dal primo vagito che la vita non sempre e democratica, che tutti hanno la medesima dignità ma che in una discussione non tutti hanno lo stesso valore.

Presunzione? NO

Il presuntuoso è chi “presume troppo di sé, chi si reputa superiore a ciò che realmente è, che ha un’opinione eccessiva delle proprie doti, delle proprie capacità” (diz. Treccani online). Lo scienziato che SÀ , il campione che vince un kermesse mondiale, il preparatore tecnico che l’ha preparato non sono dei presuntuosi sono persone che semplicemente hanno investito molto sino al punto di sapere molto o saper fare molto, la presunzione la allocherei in quella massa informe che oggi alloca la propria formazione nei social media, in coloro che presumono che la lettura in un articolo casualmente letto su una rivista nella sala d’attesa del medio avvicini la propria conoscenza a quella del medico in coloro che la partita a calcetto del venerdì sera avvicini le proprie prestazione a quelle degli atleti della nazionale.

La conoscenza non è democratica ma l’ignoranza purtroppo si.

Presumere di sapere quando si ignora crea gravi danni, pensare di saperne più di un virologo può uccidere, pensare di sapere come un vero tecnico sportivo può generare traumi fisici e/o psicologici nei nostri fanciulli. La democrazia è sinonimo di libertà … il sapere, quello vero, rende liberi e quindi la democrazia dipende dal sapere.

L’antipatico Odisseo (ovvero il pedagogista di Errepiù)

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Alla fiera dei MAKER per riempirsi di idee

 

+ME e altre proposte di Luca D’Agostino

Dal 1 al 3 dicembre si terrà Fiera di Roma il più importante spettacolo europeo sull’innovazione Il Maker Faire 2017 che al grido di “Scopri, Inventa, Crea!” raccoglierà tutti i makers e gli appassionati di ogni età e background a presentare i propri progetti e condividere le proprie conoscenze e scoperte. E’ un evento pensato per accendere i riflettori sulle più disparate invenzioni dal campo scientifico e tecnologico al biomedicale, dalla manifattura digitale all’internet delle cose, dall’alimentazione al clima e alle nuove forme di arte, spettacolo, musica e artigianato. Maker Faire Rome è incontro, confronto, formazione, divertimento e interazione aperto agli addetti del settore, alle famiglie, ai bambini e agli studenti ma anche ai numerosi imprenditori e professionisti interessati a conoscere e informarsi sui diversi progetti presentati.

Una manifestazione immancabile che, nell’edizione del 2016, ha ospitato più 110.000 presenze e ben oltre 600 progetti provenienti da 65 paesi diversi, con un notevole impatto mediatico grazie alle centinaia conferenze, ai live talk, ai workshop e ai 700 giornalisti accreditati. E’ un modo per conoscere e per farsi conoscere ma anche un evento importante in materia sanitaria e preventiva: basti pensare che, nell’edizione passata, la società Sanofi Genzyme, una delle più grandi compagnie di biotecnologie al mondo dedicata alle malattie rare, alla sclerosi multipla, all’immunologia e all’oncologia, ha promosso il contest #MakeToCare (https://www.maketocare.it/) con la missione di trovare soluzioni innovative contro la disabilità. Al Make Faire Rome del 2014 è stato presentato l’acclamato +ME (PlusMe), progetto ideato e realizzato dal giovane architetto turco Beste Özcan che lo ha definito <<un plug-in emotivamente sensibile per gli adulti ed un oggetto transizionale motivazionale per i soggetti affetti da autismo che grazie al prototipo, un cuscino per il collo con integrazioni sensoriali visive, uditive e tattili, facilita la comunicazione interpersonale: il campione indossabile è un’interfaccia tattile con varianti di colore e di luci, altoparlanti con le tecnologie dei sensori e un telecomando che permette ai terapisti o ai genitori di regolare i feedback sensoriali reali. L’obiettivo principale del prototipo è di produrre specifiche reazioni controllate per facilitare la comunicazione tra i soggetti affetti da autismo e i loro genitori sia nella vita quotidiana sia durante le terapie con medici: dopo aver ricevuto feedback sensoriali positivi, i ragazzi autistici tendono infatti a concentrarsi maggiormente sulla comunicazione interpersonale e a raggiungere così i loro obiettivi nelle attività di apprendimento. Inoltre, il campione può essere utilizzato dagli adulti come plug-in per corpo che, con un tocco morbido, regala meravigliose pressioni calmanti e profonde».

In pratica, l’indossabile è un prodotto transizionale interattivo basato su Arduino che, reagendo al tatto, vuole facilitare e migliorare la capacità comunicativa dei soggetti autistici. Facile da usare collegato al Tablet tramite una comoda app, +ME svolge quattro funzioni principali: assume differenti colorazioni, produce diversi suoni, acquisisce dati in base alla presa tattica del soggetto malato e registra il battito cardiaco variando il tipo di risposta in base al compito assegnato.

Ad oggi, il progetto dell’architetto Beste Özcan è in fase di sperimentazione presso l’Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione del CNR di Roma: per sostenerlo e continuare la sperimentazione, è possibile fare una donazione partecipando alla campagna di crowdfunding su Indiegogo. (https://www.indiegogo.com/projects/motivating-children-with-autism-to-communicate#/)

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Se solo sapessi disegnare…!

Mirella Lipari ci guida all’uso delle nuove tecnologie per aiutare sempre meglio i nostri bambini.

Quanti di noi adulti sanno disegnare bene, al punto da poter davvero aiutare gli altri a farlo? Senza voler entrare nei miliardi di teorie sul disegno infantile, una cosa è abbastanza sicura a mio avviso: il non saper disegnare è molto più accettato se a non saper disegnare è un adulto, d’altronde da grandi disegnare serve a poco.

Da bambini in qualche modo si deve saper disegnare, quantomeno in maniera accettabile, altrimenti la maestra pensa che non ci applichiamo, i compagni ci dicono che non siamo capaci e mamma e papà non attaccheranno il nostro disegno al frigorifero. Nei casi peggiori si chiama lo psicologo ad analizzare la scelta dei personaggi e dei colori. Se poi siamo così piccoli da non aver ancora imparato a scrivere, il disegno rappresenterà uno dei nostri canali comunicativi e più “storti” saranno i nostri disegni più verranno interpretati (e fraintesi). Quindi ricapitolando, il non saper disegnare o il disegnare male comportano:

  • scuola dell’infanzia: non comunica o non vuole comunicare, è svogliato, il disegno per la festa della mamma meglio farlo noi o dargliene uno stampato da colorare altrimenti la mamma ci rimane male
  • scuola primaria: è svogliato, ma non ti hanno insegnato a disegnare all’asilo?
  • scuole medie: non ha sensibilità artistica ma è molto bravo nel disegno tecnico invece
  • scuole superiori: di solito si sceglie un tipo di scuola che non prevede il disegno
  • adulti: disegnare non serve, finalmente!!!!

Disegnare: Rappresentare con segni, con linee tracciate a matita, a penna, a carboncino, ecc., cose immaginate o esistenti in natura  (definizione tratta dal dizionario Treccani). Nella definizione non compare una dimensione che permetta di distinguere il disegnare bene dal disegnare male; immaginiamo che sia la “riconoscibilità” del disegno, sempre abbastanza soggettiva!

In ogni caso, adulti o bambini, a quasi tutti piacerebbe saper disegnare e a quasi tutti piacerebbe ricevere un disegno.

Ed ecco che la tecnologia di oggi ci aiuta: www.autodraw.com è un sito che permette di realizzare tutto questo (non è pubblicità, solo un consiglio !)

Se non sai disegnare, l’intelligenza artificiale di Google prova ad interpretare il tuo scarabocchio e ti propone dei suggerimenti di immagini, che puoi modificare, colorare, salvare e stampare; se sai disegnare puoi comunque sperimentare la dimensione tecnologica del disegno e personalizzare velocemente materiali da poter utilizzare ad esempio a scuola.

L’epoca del “Ah, se solo sapessi disegnare” sta per finire!!!! Date sfogo alla fantasia quindi, che al disegno ci pensa Google! A quanti bambini che non sanno e non vogliono disegnare piacerà questo sito?

Mirella Lipari

 

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“Il genitore resti fuori dalla porta, per cortesia”

Vorrei commentare quanto scritto da Emi Visani sulla collaborazione tra professionisti e aggiungere il mio punto di vista di genitore.

Quanto scrive EMI VISANI  sulla collaborazione tra i diversi attori protagonisti del lavoro che si svolge con i nostri ragazzi speciali dimostra quanto sia ancora difficile e complicato veramente essere tutti centrati sull’obiettivo:  ognuno di noi ha le idee chiare, ma specifiche per quanto riguarda la sua sfera di competenza. Lo dico da genitore, che vorrebbe che la scuola facesse questo, la parte medica quello, lo Stato in genere quell’altro ancora. Si deve arrivare ad avere l’obiettivo comune in testa, spostandolo dalla nostra sfera a quella dell’insieme, di noi che insieme lavoriamo per lo scopo. Come genitore ne ho avuto, con mia moglie, un chiaro esempio  da quando nostra figlia ha iniziato le scuola superiori. Trovando ” competenza “, parola magica che anche EMI utilizza, stiamo facendo, tutti insieme, un bel lavoro. Competenza non vuol solo dire capacità di fare la tua parte, ma anche di coinvolgere gli altri attori nel tutto che si deve fare. Anche perché c’è una componente che parte in svantaggio: siamo noi genitori, che per gli ovvi motivi che possiamo immaginare, non ” abbiamo studiato ” per fare i genitori di un figlio speciale, quindi ci relazioniamo con le altri parti che ho citato prima, troppo spesso, solo da un punto di vista emozionale, e abbiamo DISPERATAMENTE BISOGNO di essere capiti, sostenuti, coinvolti, per non sentirci più incompetenti di quanto non siamo già.

Per cui secondo me, la vera sfida che gli educatori, dottori, psicologi, scuola, e’ che co-costruiscano, come dice EMI, una vera rete che permetta a noi genitori incompetenti di essere all’altezza della situazione. Perché è importante amare ma non e’ sufficiente spesso: bisogna anche sapere, conoscere, saper fare. Non so se ho reso l’idea di quanto volevo dire, ma in questo periodo della nostra vita, in mezzo al mare in tempesta delle difficoltà, con l’aiuto di tutti, noi possiamo definirci sereni, tranquilli, sostenuti. Sono anni che non ci capita più di essere lasciati fuori dalla porta – fisicamente e virtualmente- delle riunioni, delle visite e dei trattamenti e ci sentiamo finalmente partner degli insegnanti, degli educatori e dei medici. Quest anno, addirittura, abbiamo fornito noi alla scuola, d’accordo con i medici e con la mediazione di consulenti ABA, la valutazione criteriale sulla base della quale le insegnanti di nostra figlia hanno scritto il PEI, includendo le nostre considerazioni e preferenze. Ma non è stato sempre così e se pensiamo che i genitori di bambini piccoli debbano affrontare quello che abbiamo affrontato noi all’inizio (sentiamo che ancora accade, in diverse parti d’Italia), ci sentiamo male!

Buon lavoro a tutti Voi, professionisti dell’aiuto: quando lavorate per NOI e con NOI (quelli che dell’aiuto hanno tanto bisogno), a prescindere dalle vostre “faide interne” che non sempre capiamo, si sente la differenza! E’ così che diventate veramente speciali per noi e i nostri figli.

Giuseppe (Beppe) Villosio

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Sulla bocca di tutti, nelle mani di pochi

La collaborazione tra consulenti, tra educatori e con gli insegnanti. Tutti ne parlano, ma a dire il vero, è già tanto se si comunica. COLLABORARE è un obiettivo ambizioso, che richiede altissima competenza.

Questa mattina ho avuto l’ennesima conferma di quanto sia estremamente complicato collaborare, in particolare tra professionisti e ancora di più se entrambi appartengono al privato sociale.

Così ho iniziato a riflettere, o meglio riflettere ancora una volta, su questa parola “collaborazione”, “collaborare”.La prima cosa che ho fatto è stata quella di cercare il significato della parola sul vocabolario. Collaborare significa “lavorare con”, “fare insieme ad altri”, significa “co-operare attivamente” al perseguimento di un fine comune.

Ecco! Ho capito non sarà che l’inghippo sta proprio in questo fine comune?

“Collaborare- cooperare”, quante volte noi professionisti dell’educazione usiamo questa parola quando parliamo ai colleghi, alle scuole, con i genitori?

Quante volte la usiamo e quante invece sappiano davvero renderla concreta “facendo insieme” a qualcun altro per un fine condiviso? Sono un’educatrice professionale mi occupo da sempre di chi ha bisogno di aiuto e non so mai dire con quale percentuale questo lavoro mi ha scelto o io ho scelto lui.

So per certo peró che molti principi e valori della mia vita entrano a far parte di questo lavoro, lo rendono tale e lo arricchiscono:

  • rispetto per sé e per gli altri,
  • conoscere e riconoscere i propri limiti e le proprie ed altrui competenze,
  • riconoscere i propri bisogni e ascoltare quelli altrui,
  • sapere di non essere gli “unici”, ma soprattutto
  • sapere perché si sceglie di fare certe cose piuttosto che altre…

Insomma dobbiamo aver chiaro qual è lo scopo delle nostre azioni.

Credo che questi principi oltre a muovere il lavoro in educazione stiano alla base della collaborazione di cui questo lavoro è (dovrebbe essere) intriso.

Il mio lavoro con bambini e ragazzi con disturbi dello sviluppo è necessariamente un lavoro di collaborazione (evito di elencarvi i mille motivi che molti conosceranno a mena dito) con i genitori come singoli e come coppia, con i fratelli, i compagni di scuola, con le maestre, con i servizi pubblici e gli altri professionisti privati….Il mio compito è “camminare “con loro, co-costruire con loro percorsi di crescita allo scopo comune di favorire, sollecitare ed indurre l’apprendimento di competenze e abilità che possono rendere quel bambino e ragazzo sempre più autonomo e protagonista attivo della propria vita.

Se vogliamo davvero fare il bene del bambino, ci si “sporca le mani” tutti insieme (non ci si limita a stringerle per poi fare ognuno da solo) e ciascuno è disposto a conoscere, rispettare e valorizzare gli altri prima come persone e poi come professionisti, lasciando a ciascuno il proprio spazio.

Il fine del professionista dell’educazione non è primeggiare….iniziamo ad abbandonare i bisogni personalistici, ad accantonare i nostri eghi smisurati e il desidero di dimostrare di essere i più bravi…qui il fine è un altro. Vorrei che, come categoria, provassimo ad ascoltare e osservare davvero chi e cosa ci sta intorno: in particolare quelli di noi che hanno “studiato ABA”, magari ottenendo qualche forma di certificazione o “medaglia di riconoscimento”,  hanno bisogno di ricordare di non essere gli unici a lavorare (per fortuna)!  Ci sono tante valide realtà educative oltre alla nostra e tanti altri bravi professionisti, non perdiamo di vista l’obiettivo del nostro lavoro, non perdiamo l’occasione di crescere anche noi ed imparare all’interno dei percorsi di collaborazione che il nostro lavoro richiede.

È una riflessione e un monito prima di tutto a me stessa, che voglio condividere con gli Errepiù.

Emi Visani

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I MAKER: artigiani e sognatori

Definiti dal settimanale Economist come gli attori della Terza Rivoluzione Industriale, sono artigiani del rinascimento digitale, figli e nipoti di coloro che, nei garage, aggiustavano, sistemavano e modificavano grandi e piccoli oggetti di uso quotidiano, aggiungendovi sempre qualche piccola miglioria. Costituiscono dunque un movimento culturale contemporaneo, ispirato dall’Open Source, che rappresenta un’estensione su base tecnologica del tradizionale mondo del bricolage: entusiasti e creativi, i makers sono fermamente convinti che la libera circolazione dei loro progetti e delle loro idee possa aggiungere plus-valore a questi ultimi. Tale visione comunitaria fa si che i confini tra prototipi e i prodotti o tra creatori e utilizzatori svaniscono: ognuno è incentivato a migliorare le idee degli altri o ad adattarle alle proprie esigenze considerato che, prima di diventare fruitore del prodotto, è necessario imparare dal processo. La condivisione creativa, libera e accessibile a tutti, delle conoscenze e dei prototipi crea un humus culturale in cui ogni idea può essere ampliata, trasformata o sviluppata in base alle esigenze di chi, alla fine, dovrà utilizzarla per i propri scopi.

Detto ciò, si potrebbe facilmente riassumere il cardine di questa filosofia nella locuzione “Faccio insieme agli altri e imparo dagli altri”, più orientata verso DIT (Do-It-Togheter) che al DIY (Do-It-Yourself).

Ok, ma qual è lo scopo? Democratizzare la tecnologia diventando sviluppatori autonomi e non soltanto fruitori passivi per oltrepassare i limiti di una scienza tecnologica costruita ad hoc e spesso limitata e limitativa. Learning By Doing diventa  il credo di ogni Maker: imparare creando oggetti, esplorare e combinare nuove possibilità per realizzarne nuovi più utili e più funzionali, non smettendo mai di apprendere dall’ambiente circostante e cercando sempre di migliorare anche in altri ambiti disciplinari. L’importante non è la tecnica ma lo stato mentale, l’approccio.

Per il mondo dell’educazione quali vantaggi ci possono essere?

Ci sono due possibili risposte, così come due sono i principali gli attori del sistema formativo: gli studenti e gli insegnanti.

Anzitutto i fruitori, gli alunni, apprendono come trasferire le conoscenze tra i diversi ambiti di studio, a ragionare utilizzando il Problem Solving e il pensiero computazionale, a porsi le domande nel modo e nel momento giusto; apparecchi quali la stampante 3D o il Coding li aiutano a diventare fruitori attivi: una volta compreso cosa c’è dietro ad ogni device tecnologico iniziano a sviluppare progetti personali, mettendosi in gioco e provando a costruire con le proprie mani i dispositivi che saranno utili sia per il loro “lavoro” scolastico, sia per la loro quotidianità, sia per il loro futuro professionale.

In pratica si parla di una officina didattica guidata con esperienze controllate: questa è la strategia educativa di base perchè non è sufficiente la conoscenza, non è importante solo ciò che si sa, ben più utile e definitivo è sapere cosa si fa con quello che si sa!

Per coniugare metodi didattici e formativi con la realtà tecnologica e digitale i giovani makers si assumono i rischi di un percorso empirico, laddove anche l’errore costituisce un momento formativo; ovviamente all’interno di uno spazio guidato che riconosce e gratifica sia il piano individuale sia il piano della comunità e dei gruppi di collaborazione.

In secondo luogo, gli insegnanti utilizzano gli strumenti messi a disposizione da altri makers adattando e riadattando i prototipi preesistenti alle proprie esigenze oppure configurandone di nuovi: il tutto mantenendo costi di ausili e dispositivi irrisori con la Rete che offre numerosi progetti, sia tangibili (Stampa 3D o Arduino) sia digitali (app e software didattici), personalizzabili in base alle esigenze della classe o dell’alunno con cui si lavora.

Inoltre, per chi lavora con  tecniche di insegnamento Evidence Based presentano due grandi possibilità: in primo luogo, permettono di realizzare applicazioni o oggetti gratificanti per gli studenti, che racchiudono caratteristiche in grado di stimolare la dimensione motivazionale e relazionale oltre che autovalutativa; in secondo luogo prevedono una delega del compito di raccolta dati al computer o al tablet.

Sulla base di quanto detto finora, risulta chiaro che i vantaggi derivanti dall’incontro tra la dimensione Maker e la dimensione educativa sono molteplici sia per gli insegnanti sia per gli allievi: basti pensare che entrambi gli attori del processo educativo, con adeguata informazione e formazione, possono giungere alla piena autonomia nella creazione di strumenti, materiali e immateriali sempre più vicini al loro modo di operare nell’ambiente scolastico.

Luca D’Agostino (il MAKER di Errepiù)

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Buonanotte, figlia ormai grande del mio cuore.

Tra 4 mesi nostra figlia Benedetta compirà 18 anni.

Maggiore età , che pero’ per lei non significa cio’ che invece è per la maggior parte dei suoi coetanei: idea di indipendenza, sfida verso il mondo per conquistarlo, la patente per la macchina, la possibilità di star più tempo fuori la sera con gli amici o il proprio amico del cuore. Benedetta vive in modo semplice, come può dall’alto della sua diversità. Dicono di lei quelli che la conoscono che vive felice, amata, seguita , coccolata, viziata e spronata. Concordo , ma per fortuna non potrò mai sapere cosa frulla nel suo cervello un po’ più complicato del normale.

Ho usato la parola normale, anche se nel mondo tanto di normale non c’è purtroppo.

Noi genitori stiamo pensando alla sua festa di compleanno, in modo semplice, che possa piacere a Lei. Mentre scrivo mi scendono lacrime di felicità e preoccupazione ( SAGRIN  si dice nel piemontese che parliamo in casa, e che non volevamo insegnare a Benedetta, ma di cui lei ha carpito le parole che la interessavano, miste all’italiano ).

Siamo fortunati ad avere Benedetta, io e la sua mamma. Non riusciamo ad immaginare la nostra vita come se lei non ci fosse. Domani, anzi oggi vista l’ora, Benedetta andrà in gita di 5 giorni!!!!!!, con la scuola insieme ai suoi compagni ed alle sue professoresse che la seguono. Noi saremo come orfani di lei, mentre lei sono sicuro si divertirà a non averci tra le scatole. Naturalmente è una mega preoccupazione. Preparativi come andare sulla Luna, ma va bene così, come dice la sua  sorellona: se e’ per Benedetta si fa di sicuro.

Questa è una puntata della storia di Benedetta, cominciata quasi  18 anni fa e che ci ha cambiato la vita……in meglio.  Giusto così , per chi non lo sa Benedetta  e’ una ragazzina disabile con handicap cognitivo di livello medio grave, farmacologicamente trattata ( che brutta parola….) per evitare crisi epilettiche, parla poco, interagisce in modo atipico e non e’ in grado di poter badare a se stessa da sola. Una volta si sarebbe chiamata ritardata mentale, o forse ancora adesso qualcuno la chiamerebbe così. E’ pero’ capace di Amare, lo dicono sempre gli altri, e io sono naturalmente d’accordo. E’ il motivo per cui vale la pena vivere. Io non ne vedo altri.

Buonanotte a tutti e buonanotte alla mia piccola grande figlia che inizia ad avventurarsi nel mondo senza di noi. Le emozioni sono tante, forse non sono quelle “normali” ma a me sembrano quelle buone, sane e intense di tutti i genitori innamorati.

Giuseppe Villosio

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Ho avuto paura

 Effetti del passaggio dall’educazione alla sanità, delle persone con autismo, dopo i 18 anni?

Roma, ore 13, 40 gradi all’ombra, io seduta al tavolino di un bar all’aperto con un tramezzino ed un caffè. Arriva correndo e si siede di fronte a me senza dire nulla un uomo di 30/35 anni, alto e molto in carne, in evidente stato di malessere,  sudato. Si siede in modo goffo di fronte a me, sbatte il pugno sul tavolino che trema e mi urla “dammi 4 euro e 50 voglio comprare il kebab! dammi 4 euro e 50, dammeli! Per comprare il kebab servono 4 euro e 50”. I suoi non sono tic, sono stereotipie. Lo so perché con le persone con autismo ci lavoro. 

Urlando avvicina il suo volto verso di me. Io non posso muovermi, ho dietro le macchine, a destra una ringhiera di ferro e a sinistra due tavoli pesanti. Le mie ginocchia toccano le sue talmente si è seduto vicino. Urla la frase 10 volte e ad ogni volta unisce un movimento diverso, emette un movimento con le mani, si da due colpi in testa, si “spegne” di colpo, scuote il tavolino.  Ho pensato a tante cose senza riuscire a muovere un muscolo. Ho avuto paura. Io, che gestisco tutto il giorno comportamenti problema. E mi sono dispiaciuta per lui. Mi sono chiesta chi fosse e cosa gli stesse succedendo, dove dormisse, perchè era lì, perchè in quello stato.  Nel bar, complici le porte chiuse per l’aria condizionata, nessuno si è accorto di nulla. Arriva un ragazzo uscito dal portone accanto al bar, sente le sue urla e gli dice “Fabio però non puoi parlare così alla signorina”. Mi risveglio. Gli offro un bicchiere d’acqua, mi urla contro, vuole i 4 euro e 50 (che non ho). Gli dico che non li ho. Gli dico che non li ho ma posso dargli il mio tramezzino se ha fame. Urla e dice che il formaggio non gli piace. Ricomincia a urlare forte e a scuotere il tavolino. Il ragazzo si avvicina e mi fa cenno di alzarmi e di andare verso di lui. Ricominciano i miei pensieri. Scavalcando i tavoli dico a Fabio-così si chiama, dunque- che vado a prendermi un bicchiere d’acqua e che mi metto dentro perchè fuori in effetti fa troppo caldo. In un attimo mi sento impotente, idiota, e ricomincio a chiedermi chi è. Mi fanno entrare nel bar, mentre Fabio si alza e se ne va.

Fabio lo conoscono tutti nel quartiere. Mi dicono che ha menato il proprietario del bar, per questo mi hanno fatto cenno di alzarmi. Fabio è in una comunità di disabili psichici adulti, imbottito di 5 psicofarmaci ad alto dosaggio.Doveva essere in comunità a pranzo a quell’ora,  è scappato.Chiamano la comunità, che non risponde, per un’ora non risponde. Fabio lo hanno messo in un cassonetto una volta, “perchè va bene che è disabile però anche se sei disabile le regole devi impararle e qualcuno te le deve insegnare”.

Ho visitato il sito della comunità- centro diurno: li fanno dipingere.

Tante riflessioni, tante. Tanta rabbia, lo ammetto.

Adulti. Comunità. Centri. Farmaci. Adulti che scappano. E gli Operatori? Perché dopo i 18 anni non sono più “Educatori”?

E’ abbastanza facile lavorare con adolescenti e giovani adulti più alti e grossi di te, autistici e violenti. Li conosci, hai il tempo ed il modo di conoscerli. Sai regolarti ed essere (tu e gli altri) relativamente in sicurezza. Oggi sono passata dall’altra parte. Ho avuto paura. Terrore. Perchè Fabio è una persona che non conosco, non so nulla di lui, non posso prevedere nulla. Fabio non sa salutare nè chiedere “posso sedermi qui?”. Fabio non sa cosa fare se non ottiene ciò che ha chiesto all’altro, se non fare quello che ha fatto. Fabio non sa forse che non può andare via così dal posto in cui sta durante il giorno. 

Questa è un’altra parte della mia rabbia: come Fabio viene percepito dagli altri. Da chi non lo conosce e lo incontra per la prima volta. E i ragazzi come lui. Perchè sono grandi, e pericolosi.
Si deve poter fare qualcosa!!!!!!!
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Il “Metodo ABA” non funziona!

 

Perché ABA è una Scienza (ovvero come difendersi dai METODI)

Piccola storia breve da studente di ABA(B):

A: “sì, anche io utilizzo il METODO ABA”


B: “(sgrunt)”.

Fine.

Nel sofferto “Sgrunt” di B ci sono ipotetiche varie alternative di risposta tra cui:

  1. “ABA NON è un METODO!”
  2. “ABA NON è un METODO, è una SCIENZA!”
  3. La prossima volta che incontrerà A, parlerà del tempo.

Alzi la mano chi almeno un giorno sì ed uno no non legge in rete l’infelice dicitura METODO ABA: su Facebook,  volantini che vendono corsi di formazione (se non addirittura Master certificati o corsi RBT) in Metodo ABA, o annunci che offrono posti di lavoro per educatori con formazione in metodo ABA, o ancora centri estivi con applicazione della metodologia ABA, e chi più ne ha più ne metta.

In Italia, il termine “metodo”, che sarebbe pure giusto in termini tecnico-scientifici (“Procedimento messo in opera seguendo criteri sistematici in vista di uno scopo; complesso organico di regole, principi, criteri in base ai quali si svolge un’attività teorica o pratica“, dal Dizionario della lingua italiana Sabatini Coletti) è cambiato nel tempo, soprattutto in educazione; ad oggi esistono centinaia di “metodi” educativi, nostrani o importati dall’estero.

Il panorama variopinto dei metodi offre mille possibilità educative dedicate ai nostri pargoli, dalla grande Trinità classica di Montessori/Steiner/Feuerstein, attraversando ogni genere di scuola senza banco, senza zaino, senza voti, senza compiti, senza insegnante, senza mura (a quando la scuola senza bambini?), per arrivare in questa torrida estate 2017 all’espandersi dei metodi educativi positivi basati sul metodo ABA. Metodi di metodi, dunque. Col metodo, naturalmente, escono i manuali: per crescere bambini felici, diventare genitori felici, essere insegnanti felici, creare ambienti felici. Come? Con la positività. Ma cos’è questa positività? E’ un metodo del metodo ABA. Mica l’ABA, per carità.

Leggendo, viene il dubbio che, pur non avendo studiato, parlino di Establishing Operations (novità rispetto alla motivazione intrinseca), Contingencies Building (novità rispetto alla lezione frontale), approvazioni sociali (novità rispetto alle sgridate) e apprendimento senza errori (novità rispetto a compiti impossibili a cui dare il voto “inclassificabile”). Ebbene sì, ma attenzione, non si può dire ABA e non si usano TUTTI i Principi della Scienza del Comportamento (non si può dire nemmeno Comportamento), ma solo alcuni, quelli che servono a:

  • 
proporre un nuovo METODO educativo basato solo su quei pezzetti di ABA, con un bel nome accattivante ed un logo colorato;
  • vendere quel nuovo METODO educativo come efficace in base alla letteratura scientifica riferita a quei pezzetti di ABA scelti come cuore del nuovo metodo.

Insomma, la moda educativa autunno/inverno 2017 sembra essere “R+”, proposto in salsa all’italiana.

ABA è la branca di ricerca applicata di una scienza giovane, con una metodologia, un’epistemologia, una filosofia della scienza, progressi in atto e limiti propri. Per chi la ama e la studia con desideri di approfondimento è triste vederla smembrata e venduta a pezzi, per scopi opposti rispetto a quelli per i quali è nata. Noi che siamo Errepiù abbiamo la possibilità, il dovere ed il piacere di poterla spiegare e diffondere, ESATTAMENTE così com’è: Applied Behavior (o Behaviour, se siete British) Analysis.

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Addio foglio di presa dati

E’ ora di una nuova tecnologia. Educativa.

Per un analista del comportamento, vedere il gran interesse che c’è per la robotica applicata all’autismo è sorprendente. Tutto ciò che abbiamo finalmente compreso sullo sviluppo umano, da quando non facciamo più le “prove discrete” a tavolino e forme di addestramento educativo, è che l’interazione umana è ontologicamente connessa all’evoluzione dell’individuo e che, come forma di stimolazione neurologica (o cognitivo-comportamentale…) non può essere sostituita da nulla di meccanico. In altre parole, solo una persona, con il gioco e la spontaneità, può aiutare un bambino con difficoltà di sviluppo a recuperare la voglia di guardare negli occhi, il divertimento di fare “cucù”, l’istinto di imitare, il piacere di rifare suoni e movimenti emessi da altri.

Eccoci qui, nella terra di mezzo tra la tecnologia informatica/ingegneristica e la tecnologia educativa (che vuol dire uso di strategie per insegnare in modo mirato…non c’entra con i computer). Quest’ultima ci guida verso una rimozione dei dispositivi informatici a favore di un ripristino di abilità motorie grosse e fini, di attenzione condivisa con gli altri, non con un dispositivo.

Siamo infatti lontani, malgrado il fascino dell’intelligenza artificiale, a sostituire l’insegnante con un robot. E non siamo nemmeno tanto originali quando proviamo a sperimentarla: hanno già provato a sostituire gli insegnanti con dispositivi (dimostrando che è l’insegnante che insegna o progetta l’insegnamento, non il materiale che usa, a generare l’apprendimento) gli illustri Skinner, Lovaas, Lindley ed eredi,… con le loro Teaching Machines e l’Istruzione Programmata, l’alfabetizzazione universale con la TV, la LIM, le classi multimediali con l’I Pad per tutti…

Allo stesso tempo, però dobbiamo ammettere di essere una categoria professionale reticente e sospettosa: raccogliamo i dati carta-matita, ci costruiamo da soli, infinite volte, materiali che potremmo progettare con l’aiuto di professionisti dell’informatica o dell’ingegneria, per un uso più flessibile e vario.

Il mondo degli Errepiù sta per essere messo sottosopra da un’innovazione che il tecnico informatico Enrico di Casa Gioia ha prodotto: un quaderno elettronico. Molti troveranno questa cosa ridicola ma per noi analisti del comportamento è epocale: i nostri fogli di presa dati, i nostri grafici individuali, giornalieri, settimanali…saranno generati automaticamente e raccoglieremo dati con il telefonino o il tablet. I genitori potranno leggere ciò che facciamo e come va il figlio dal loro computer, in tempo reale. Oltre a fungere da database longitudinale (molte neuropsichiatrie infantili non ce l’hanno!), questo dovrebbe aumentare di molto la nostra accuratezza, la velocità, l’efficienza di analisi e soprattutto, richiederà ai professionisti di condividere realmente un vocabolario di termini scientifici accurati (se scrivo PROMPT il computer intenderà proprio PROMPT…non quello che io volevo dire al mio collega con un significato leggermente diverso). Insomma, dovremmo migliorare, almeno in autostima.

Sapremo come va tra un po’, analizzando i dati prima e dopo l’avvento della tecnologia informatica per la raccolta dati e la creazione di grafici e programmi.

Ma sappiamo già che il software non potrà sostituire l’occhio dell’educatore, l’opinione del genitore e la correzione di un buon supervisore.

L’educazione si gioca tra ciò che è frutto della selezione naturale, ciò che ci rende umani e socialmente capaci e il prodotto della nostra intelligenza, un’epoca storica dopo l’altra. Godiamoci i simboli del limbo in cui ci troviamo, a cavallo tra un mondo dell’insegnamento che finisce, uno che non può finire e uno che verrà inevitabilemnte sostituito dall’innovazione: il nostro strano mondo fatto di plastilina, tesserine velcrate, mollette da bucato per rafforzare la prensione, specchi per imparare a imitare…e finalmente I Phone e I Pad usati come strumenti al servizio dell’educatore (non più come premi per bambini che non prestano attenzione a nient’altro).

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A. SI E’ DIPLOMATO!

La nostra “lettera per A.”, ha fatto commuovere 20.000 insegnanti! Volete sapere com’è andata a finire?

Caro A.,

Non mi sono mai sentita così vecchia: sei il mio primo bimbo che si diploma!

Ti hanno interrogato in tutte le materie, anche il presidente di commissione ha voluto metterti alla prova direttamente. Tua mamma si è fatta bella come una diva, tuo papà ha fatto finta di andare al lavoro. Io giravo in automobile intorno alla tua scuola, per vederti in caso fossi uscito. Ho scelto di non entrare perché questa e’ una cosa tua e l’esame va vissuto con i professori e i compagni. Ti hanno chiesto cosa farai dopo l’istituto agrario: hai parlato del progetto di un centro che offra l’opportunità di svolgere lavori agricoli a contatto con la natura a ragazzi con difficoltà: non ne avevamo mai parlato. E’ una risposta bella, anche furba, visto il contesto. 
Hai festeggiato con i tuoi vecchi educatori, patatine e analcolico, hai preso un gelato con me e mio figlio, poi hai visto che in giro c’erano delle belle ragazze e sei rimasto in paese. Mi hai sgridata per come tengo l’automobile, commentato la mia guida, giocato con noi: sei bravo con i bambini. Quando ho pensato di non poter essere più fiera di te, hai iniziato a elencare quelli che devi ringraziare per questo ennesimo successo. E allora lascia, caro A., che la tua “insegnante speciale” ti corregga ancora una volta: non ringraziare nessuno. Come nello sport, gli allenatori lo sanno se sei un campione. Desiderano solo che tu viva le soddisfazioni per cui hai lavorato e che il mondo te lo riconosca.

Ho imparato da te, dai tuoi straordinari genitori, dall’ingenua chiarezza con cui vedi le cose attraverso le esperienze dei tuoi vent’anni. Frequentarti mi ricorda la natura del mio lavoro ripulita dalle delusioni, dalle invidie, dalla politica, dai problemi economici, dalla politica ( l’ho già detto?) … e mi fa riflettere perche’ lavoro in un sistema in cui, crescendo in titoli e competenze, si viene allontanati dal bisogno primario di cui e’ fatto il lavoro di insegnante: dare valore agli altri.

P.S. Un brindisi anche alla salute di  quelli che hanno cercato ostacoli e cavilli che ti impedissero di contraddire i loro manuali… ti hanno insegnato a studiare il doppio, poi il triplo. E a un certo punto hanno capito che sarebbe stato assurdo fermarti. Hai vinto!

 

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L’atletica leggera come trattamento per Marco

l’attività fisica è un trattamento evidence-based

Le Linee Giuda per il trattamento di Autismo e Disturbi dello sviluppo emanata per lo stato Canadese di Ontario, che nei prossimi 4 anni investirà mezzo bilione (!) di dollari per garantire interventi intensivi a tutti i bambini con autismo, identificano due categorie di trattamenti efficaci già dalla “Early Intervention” e supportati da dati scientifici: ABA e l’Attività Fisica Intensiva e Precoce.
E’ stato studiato, infatti, che quando l’attività fisica (in palestra, all’aperto, in piscina, purché condotta secondo principi di individualizzazione, sistematicità e intensività) viene svolta seguendo i principi della scienza del comportamento, dà benefici cognitivo-comportamentali e di sviluppo.
Allenamenti, a Molfetta, è uno dei pochi luoghi, in Italia, dove si è già iniziata la sperimentazione: l’atletica permette un lavoro personalizzato sugli aspetti motori e molteplici opportunità per sviluppare linguaggio e interazione sociale in contesti di gruppo.
Questà è l’esperienza di Marco descritta da uno dei nostri allenatori:

M. è un bimbo di 5 anni con diagnosi di autismo che, dopo aver effettuato un percorso motorio in rapporto 1:1, è stato inserito in un gruppo misto di bambini e bambine di età compresa tra i 3 anni e i 5 anni.

E’ descritto dai genitori come un bimbo sensibile ai cambiamenti, che fatica ad adattarsi ai nuovi ambienti.
Per questo il percorso di inclusione è stato graduale: prima ha lavorato in palestra in ambiente chiuso e solo dopo aver acquisito tutte le abilità motorie necessarie per giocare con i pari in modo adeguato, è stato invitato a frequentare la pista di atletica leggera. I primi disagi (li chiamiamo “comportamenti problema”) si sono manifestati appena sceso dall’auto: ha iniziato a piangere e a tirare la mano al padre indicandogli l’ uscita. Familiari, insegnanti e educatori pensavano che il percorso di “adattamento” al nuovo ambiente, aperto e ricco di stimoli, avrebbe richiesto tempo e fatica.
L’ allenatore, inizialmente, aveva accolto il bambino porgendogli la palla preferita, ma non ha avuto nessun successo. Allora ha osservato Marco che, invece, era stato attratto dal gioco di calciare la terra e creare un polverone (mentre piangeva). L’allenatore, allora, ha osservato quel suo gioco e si è recato all’ interno del campo di fronte a lui , separato solo da una rete di recinzione, ed ha iniziato a giocare come lui, indicando al padre di chiamare il bambino e invitarlo dentro a giocare in quel modo.
Il bambino ha accolto la proposta del padre e si è avvicinato all’ istruttore , il quale si è spostato, avvicinandosi al gruppo.
Marco lo ha seguito e quando ormai erano sulla pista di atletica e l’istruttore gli ha proposto la palla.
 Marco l’ ha presa ci ha giocato: immediatamente dopo, l’allenatore l’ ha proposta come premio per raggiungere gli altri bambini, riuniti in gruppo.
Solo venti minuti dopo essere arrivato, Marco non solo ha smesso di piangere, ma ha svolto con soddisfazione il suo primo allenamento di atletica in gruppo, ha iniziato a sorridere, ed è tornato altre volte verso i compagni, tentando interazioni spontanee. Erano tutti a bocca aperta.
Per noi allenatori, una normale scena di allenamento.
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Le 5 consapevolezze del genitore “esperto” (TedXModena)

I genitori di bambini con autismo imparano le lezioni della genitorialità prima di tutti!

  • Tuo figlio non è un tuo prodotto che puoi controllare.
  • Non diventerà chi avevi progettato.
  • Non puoi applicare decisioni assolute: ma devi decidere momento per momento, situazione per situazione.
  • Figli diversi ottengono risultati molto diversi, anche avendo le stesse opportunità
  • Crescere tuo figlio è aiutarlo a fare da solo il più possibile. Dovrai lasciarlo andare.

 

 

Approfondimento sul tema su La rivincita della mamma frigorifero

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La rivincita della mamma frigorifero

Riflessioni sul perché abbiamo molto da imparare dai genitori di bambini con Autismo.

Ogni generazione si lamenta dei suoi giovani:

“La nostra gioventù ama il lusso, è maleducata, se ne infischia dell’autorità e non ha nessun rispetto per gli anziani. I ragazzi d’oggi sono tiranni. Non si alzano in piedi quando un anziano entra in un ambiente, rispondono male ai loro genitori…”

Socrate, 469-399 a.C.

Gran parte della sociologia e della pedagogia moderna concorda nel ritenere che in paesi come il nostro stiano crescendo generazioni di persone troppo protette dalla delusione, dal fallimento, dall’errore. Chiamano i genitori di questi ragazzi “genitori spazzaneve”.

Molti genitori ormai sono reattivi di fronte a ogni possibile caduta, fisica ed emotiva, dei figli e, non sempre potendo prevenire gli eventi avversi, puntano il dito verso chiunque o qualunque cosa generi ostacoli o presunte ingiustizie sul percorso della preziosa prole.

Ci dispiace che i bambini cadano o vengano spintonati dagli altri bambini alla scuola dell’infanzia, che vengano sgridati se rompono il giocattolo di un compagno. Se prendono una nota andiamo a protestare con gli insegnanti, se perdono un anno all’Università li premiamo aumentandogli la “paghetta”, così potranno fare quel corso di meditazione trascendentale che li aiuterà a studiare meglio.

Sembra ricchezza ma, forse, non lo è.

Può essere, invece, un’illusione di aiuto che sottrae esperienze indispensabili alla persona che cresce, creandogli, almeno potenzialmente un handicap sociale e psicologico.

Osservando il fenomeno dal punto di vista dei bambini, sappiamo che chi cresce così ha meno stima di sé, ambizioni medio-basse, capacità limitate di sacrificio, di concentrazione, di lavoro e di persistenza nel perseguire uno scopo.

Con l’atteggiamento dello “spazzaneve”, i genitori che hanno la fortuna di avere figli in buona salute, li privano dell’esperienza fondamentale del fallimento, dell’errore, dell’ostacolo da superare, della rinascita dopo una sconfitta. Insomma, evitano un graduale e fisiologico accesso al “fare da sé”, accettando i rischi e le sfide del mondo adulto.

Questo crea un paradosso che osservo nella pratica professionale: i genitori di figli con difficoltà di sviluppo sono più forti, più tolleranti rispetto alle frustrazioni dei bambini e meglio capaci di promuovere autonomia, costruendo perennemente “sfide controllate”, per il loro bene. Per il futuro.

Di fatto, il bambino autistico a cui vengano offerti trattamenti abilitativi, si impegna fin da piccolo, sostenuto da genitori e adulti esperti, per superare sé stesso. Ha obiettivi di apprendimento, esercizi da ripetere, situazioni da imparare a comprendere e linguaggi da padroneggiare. La sua famiglia deve studiare, cambiare, riorganizzarsi… e lo fa mentre soffre. I suoi fratelli (ci sono studi anche su questo: i fratelli delle persone con disabilità sono più ambiziosi, intelligenti e autonomi) apprendono per esposizione la maggior parte delle lezioni su ciò che è importante e utile nella vita.

Noi ricercatori abbiamo un debito con le persone autistiche: gli studi su di loro ci stanno aiutando a capire meglio il cervello, lo sviluppo umano e anche di cosa è fatta l’esperienza di crescita: esperienze belle e brutte. Relazioni, belle e brutte.

Noi genitori, invece, come gruppo generazionale e come società, dovremmo riconoscere il valore dell’esperienza acquisita ai loro genitori: la vita ha operato per loro come un setaccio, lasciando solo le questioni che contano, le decisioni veramente importanti, le preoccupazioni concrete, le battaglie da combattere e le amicizie vere. Il loro esempio offre buon senso, prospettiva e, potenzialmente, modelli di buona genitorialità utili a tutti gli altri.

Mi dispiace, ogni tanto, per quei genitori “fortunati” che hanno figli a cui tutto sembra essere andato “liscio”: ho paura per loro, ho paura per il loro futuro, per come affronterebbero un imprevisto. Forse è una “deformazione professionale”, o forse un paradosso su cui pensare.

 

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Tre domande prima di fare click

I fighi non sbagliano mai?

Le persone che invidiamo, che ci sembrano più brave, più fortunate o più felici… lo sono perché hanno fatto meno errori, avuto meno “batoste”, nella vita?

No. E’ vero l’esatto contrario. Pare che per il successo, il fallimento sia un ingrediente fondamentale.

Direte: lo so già, l’ho letto su Facebook, in quel post sul maestro zen che dice prima di imparare a saltare devi imparare a cadere. E poi quello che l’autrice di Harry Potter era disoccupata divorziata e depressa mentre scriveva il libro e che Heinstein andava male a scuola e che Walt Disney era stato licenziato perché aveva poca fantasia.

State tirando fuori i telefonini? Ah si, c’è anche Steve Jobs licenziato dall’impresa che aveva fondato. Poi se l’è ripresa.


Quindi fallire è figo? No. E neanche soffrire, essere isolati, sentirsi diversi, avere paura.

Figo è raccontare quanto difficile è stato raggiungere la cima, dopo essersi goduti il panorama. Quello che mi chiedo, dopo due anni di uso “empirico” di Facebook come strumento di lavoro, è: a che frequenza di utilizzo, questo mezzo ci impedisce di “goderci il panorama” , perché lo vogliamo solo fotografare? E che effetti ha una preferenza, indotta dall’uso ripetuto e rinforzato contingentemente (è una forma di condizionamento operante!) per il POST rispetto all’INCONTRO, per il SELFIE rispetto alla PARTECIPAZIONE, sul cervello? Sul comportamento? Sulla qualità della vita?

Su Facebook, il nostro album fotografico pubblico funziona come quello che un tempo era privato: mettiamo, comprensibilmente, le nostre foto migliori (e gattini, polemiche e video stupidi, poiché i “like” fungono da feedback sociale con valore di rinforzo).

Ci mostriamo al meglio: il giorno della laurea, un bacio al tramonto, il miracolo della nascita di un figlio, i simpatici scherzi di coppia, una nuova auto, una bella nevicata, una vacanza al mare, una soddisfazione sul lavoro, una tavolata di amici.

Ovviamente nessuno scrive che si è laureato con 102 perché ha avuto grossi problemi con gli esami del 3°anno, non ci si fotografa mentre si piange per essere stati lasciati, né si condividono i pensieri notturni da genitore in difficoltà: “chi è questo bambino, cosa devo fare quando fa cosi?”

Non fotografi il tempo passato a litigare con tuo marito, in vacanza, perché non c’è mai tempo per litigare a casa, e non vuoi fotografare cosa provi mentre sai che i tuoi colleghi si sono riuniti per parlare di te. Vai avanti, aspettando il prossimo scenario degno di uno scatto.

La ricerca in psicologia neurocognitiva mostra che la memoria funziona proprio così: ci dimentichiamo selettivamente alcune cose e ci ri-narriamo continuamente il passato in funzione di creare una storia “accettabile”, che abbia senso” e che sia il più possibile positiva. Questo processo è importante e utile. Ha che fare con la nostra salute psicologica: è dimostrato che chi soffre di depressione ha una memoria storica molto più accurata rispetto a chi non ne soffre.

Tecnologia e mercato ci hanno “regalato” uno strumento che controlla il nostro comportamento in modi che conosciamo ancora parzialmente e non possiamo del tutto controllare (oltre una certa frequenza di utilizzo, la “dipendenza” dal controllo compulsivo dei social sul telefonino è indotta da meccanismi di rinforzo simili a quelli che si innescano nella dipendenza da gioco d’azzardo o “macchinette”).

Corriamo un rischio collettivo: quello di dimenticarci che una buona vita, come la salute e la felicità, è un percorso, è un continuo di stati, non una sequenza di istantanee.

La vita, insomma, è quello che succede tra un post e l’altro e, se superiamo certi “dosaggi” di “click”, rischiamo di perdercela.

Per noi che lavoriamo CON le persone, PER la salute e la felicità delle persone, è importante educarci ed educare a un uso consapevole, limitato alle reali esigenze individuali, dei social network. Errepiù è nato anche per questo: Facebook non è il nemico, è un mezzo (media). Prima di postare un contenuto o una fotografia chiediamoci:

  1. È vero?
  2. E’ utile?
  3. E’ per me, per alcuni o “per tutti”?

Spaventa scoprire la difficoltà che si incontra nel rispondere a queste domande, tanto grande quanto più grande è il “bisogno di fare click”.

Per approfondimenti:

Eszter Hargittai, E. (2008) Whose Space? Differences Among Users and Non-Users of Social Network Sites, Journal of Computer-Mediated Communication 8, (pp. 276-297)

Zagorski, N. (2017)Using Many Social Media Platforms Linked With Depression, Anxiety Risk Clinical and Research News, American Psychiatric Association

Kensinger, E. A. (2011). What we remember (and forget) about positive and negative experiences. American Psychological Association-Psychological Science Agenda

LINK

http://www.apa.org/science/about/psa/2011/10/positive-negative.aspx

http://psychnews.psychiatryonline.org/doi/full/10.1176/appi.pn.2017.1b16