L’atletica leggera come trattamento per Marco

l’attività fisica è un trattamento evidence-based

Le Linee Giuda per il trattamento di Autismo e Disturbi dello sviluppo emanata per lo stato Canadese di Ontario, che nei prossimi 4 anni investirà mezzo bilione (!) di dollari per garantire interventi intensivi a tutti i bambini con autismo, identificano due categorie di trattamenti efficaci già dalla “Early Intervention” e supportati da dati scientifici: ABA e l’Attività Fisica Intensiva e Precoce.
E’ stato studiato, infatti, che quando l’attività fisica (in palestra, all’aperto, in piscina, purché condotta secondo principi di individualizzazione, sistematicità e intensività) viene svolta seguendo i principi della scienza del comportamento, dà benefici cognitivo-comportamentali e di sviluppo.
Allenamenti, a Molfetta, è uno dei pochi luoghi, in Italia, dove si è già iniziata la sperimentazione: l’atletica permette un lavoro personalizzato sugli aspetti motori e molteplici opportunità per sviluppare linguaggio e interazione sociale in contesti di gruppo.
Questà è l’esperienza di Marco descritta da uno dei nostri allenatori:

M. è un bimbo di 5 anni con diagnosi di autismo che, dopo aver effettuato un percorso motorio in rapporto 1:1, è stato inserito in un gruppo misto di bambini e bambine di età compresa tra i 3 anni e i 5 anni.

E’ descritto dai genitori come un bimbo sensibile ai cambiamenti, che fatica ad adattarsi ai nuovi ambienti.
Per questo il percorso di inclusione è stato graduale: prima ha lavorato in palestra in ambiente chiuso e solo dopo aver acquisito tutte le abilità motorie necessarie per giocare con i pari in modo adeguato, è stato invitato a frequentare la pista di atletica leggera. I primi disagi (li chiamiamo “comportamenti problema”) si sono manifestati appena sceso dall’auto: ha iniziato a piangere e a tirare la mano al padre indicandogli l’ uscita. Familiari, insegnanti e educatori pensavano che il percorso di “adattamento” al nuovo ambiente, aperto e ricco di stimoli, avrebbe richiesto tempo e fatica.
L’ allenatore, inizialmente, aveva accolto il bambino porgendogli la palla preferita, ma non ha avuto nessun successo. Allora ha osservato Marco che, invece, era stato attratto dal gioco di calciare la terra e creare un polverone (mentre piangeva). L’allenatore, allora, ha osservato quel suo gioco e si è recato all’ interno del campo di fronte a lui , separato solo da una rete di recinzione, ed ha iniziato a giocare come lui, indicando al padre di chiamare il bambino e invitarlo dentro a giocare in quel modo.
Il bambino ha accolto la proposta del padre e si è avvicinato all’ istruttore , il quale si è spostato, avvicinandosi al gruppo.
Marco lo ha seguito e quando ormai erano sulla pista di atletica e l’istruttore gli ha proposto la palla.
 Marco l’ ha presa ci ha giocato: immediatamente dopo, l’allenatore l’ ha proposta come premio per raggiungere gli altri bambini, riuniti in gruppo.
Solo venti minuti dopo essere arrivato, Marco non solo ha smesso di piangere, ma ha svolto con soddisfazione il suo primo allenamento di atletica in gruppo, ha iniziato a sorridere, ed è tornato altre volte verso i compagni, tentando interazioni spontanee. Erano tutti a bocca aperta.
Per noi allenatori, una normale scena di allenamento.

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